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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

Ogni vita merita un romanzo

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Tag: psicoterapia mestrino

La storia degli aerei militari precipitati in Islanda

5 settembre 20176 novembre 2025

Map of Fiji, Polygonal mesh line map, flag map

Riprendo a scrivere nel blog con una storia particolare in cui mi sono imbattuto: la storia degli aerei militari statunitensi precipitati in Islanda.

Negli anni ’70 capitava spesso che le esercitazioni militari americane finissero con lo schianto del velivolo. Pare ci siano stati più incidenti in Islanda che nel resto del mondo, dicono a causa del freddo che metteva in difficoltà le attrezzature dell’epoca.

I militari venivano salvati dall’aeronautica stessa e, assieme al loro salvataggio, i tecnici si occupavano di recuperare tutto il materiale utile.

Accadde nel novembre del 1973, nel territorio della fattoria di Einar Portseisson ed Eyrùn Saemunsdòttir. I due coniugi oggi novantenni raccontano di aver visto sopra le loro teste questo aeroplano in difficoltà, di averlo raggiunto quando le condizioni meteorologiche glielo permisero, ma di non aver trovato né persone, né cabina di pilotaggio, né motori, né ali: una carlinga abbandonata nella neve.

Immagino che la domanda che percorse le teste di tutti gli allevatori che ebbero lo stesso destino di Einar e Eyrùn fu molto simile: E ora cosa me ne faccio?!

Immagino il fastidio verso chi si era permesso di recuperare ciò che gli serviva, abbandonando gli scarti, senza nessuna attenzione per chi quelle terre le viveva. Immagino le discussioni, immagino i diversi punti di vista: «Cosa ci vuoi fare? Niente! È un rottame!», oppure «Chiamiamo il governo, che ci pensino loro a rimuoverlo!», oppure ancora «Proviamo a pensare a cosa potrebbe esserci utile».

La linea che prevalse fu la terza e fu così che piano, piano, queste carcasse d’aeroplani divennero magazzini, “capanni” per gli attrezzi, casette per la pesca e, in un caso, perfino un’abitazione.

Fu tale Helgi Jònsson che, a vent’anni dall’incidente, chiese a Einar ed Eyrùn di regalargli il loro pezzo di aereo per unirlo al suo e farne la propria casa.

Oggi Helgi vive ancora nella sua casa-aeroplano, e i rottami d’aereo sono diventati oggetto di documentari, location di video musicali, set di film e vere e proprie mete turistiche.

Quante volte, nella vita, abbiamo vissuto dei disastri di cui sentiamo di portare dentro i resti? Tanto che poi ci chiediamo: cosa me ne faccio di questo dolore? Cosa me ne faccio degli strascichi che mi ha lasciato? Quanto sarebbe bello se non fosse mai capitato? O magari ci siamo trovati a sperare in qualche soluzione magica: quanto sarebbe bello se fossi forte come Ercole e potessi scagliarlo via lontano, dove non mi ferisca più.

Credo che Einar, Eyrùn, Helgi e soci siano riusciti a trovare un modo alternativo di vivere le loro carcasse nel momento in cui hanno saputo fare i conti con i propri limiti, perché da lì hanno potuto cambiare le domande e vedere delle possibilità che all’inizio nemmeno sapevano ipotizzare.

Prima delle risposte, sono quindi le domande che ci poniamo a poter cambiare:

Come sto? Cosa mi sento di fare? In che altro modo posso vedere ciò che mi sta succedendo? Che possibilità so immaginare davanti a me?…

Perché, da queste nuove domande, lasciandoci il tempo di vivere le cose che ci succedono, potremmo scoprire che anche nelle nostre vite ci sono resti che ci fanno soffrire, ma che un giorno potremmo trasformare in case, modellini, foto sbiadite, racconti lontani o chissà cos’altro: capitoli o frasi della nostra storia a cui dare un nuovo significato, per aprire a nuove strade.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Resilienza: il nostro modo di raccontare storie nuove.

6 marzo 201710 novembre 20252 commenti

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

Storycorps è una fondazione americana che si è data un compito speciale: raccontare storie. Storie piccole, quotidiane, personali: quei frammenti che danno senso, colore, profumo alla nostra vita.

È facile immaginare quanto sia variegato il mondo che propongono, ma c’è un aspetto che spesso ritorna: la “resilienza”.

In psicologia, si parla di resilienza riferendosi alla capacità delle persone di cogliere qualcosa di utile dai momenti di difficoltà, di starci dentro e uscirne diversi rispetto a prima, di saperli vivere come passaggi che ci permettono di essere ciò che siamo.

Una storia che mi ha colpito è quella di Chevarie*, una studentessa della Corliss High School di Chicago, di cui vi traduco e riporto un estratto:

Mi chiamo Chevarine e una caratteristica che mi riconosco è la resilienza. Credo di possedere la resilienza perché nella mia vita ho vissuto molti momenti difficili. Ripensare a come ho superato cose e persone negative mi fa percepire un senso di calore e traguardo, ma ci sono molti scheletri e oscurità nel mio armadio.

In prima superiore sono stata vittima di bullismo, ma sono convinta di esserlo stato ben prima. Non ricordo, perché all’epoca ero piccola e non prestavo attenzione a ciò che gli altri dicevano e pensavano di me. Venivo bullizzata perché ero diversa dagli altri.

Non sapevo come far fronte alle mie emozioni: volevo solo morire, volevo uccidermi. Mi sembrava che nessuno capisse il mio dolore, e nemmeno ci provasse.

Prima di capire io stessa cosa mi stava succedendo, finii in un centro di salute mentale – Hargrove – perché avevo bisogno di imparare a comprendere il mio dolore, gestire i miei problemi di ansia e rabbia.

Il 2012 e il 2013 sarebbero quindi potuti essere i peggiori della mia vita a causa di tutto questo dolore.

[…]

Rimasi lì per due settimane, imparando come vivere i miei problemi.

Quando lasciai Hargrove, avevo un senso di pace interiore mai sentito prima e sapevo di essere giusta. Sapevo che non importava ciò che avevo vissuto, io ero giusta. Oggi affronto le cose di sempre, ma con la consapevolezza di essere giusta.

Oggi so che la vita è troppo corta per permettere a un evento solo di decidere per il mio intero futuro.

La resilienza è quindi qualcosa che credo tutti possediamo, ma dobbiamo trovare la forza dentro di noi per riconoscerla e usarla.

[…]

Nessuno merita di essere buttato nel dolore come è capitato a me. Eppure, nella vita attraversiamo anche cose brutte, che ci portano a diventare ciò che siamo, come se il destino aspettasse il giorno che il dolore e le lacrime se ne vanno, per realizzarsi.

Questa storia, per quanto frammentaria, mi ha colpito per lo sguardo nuovo che porta dentro di sé: il cambiamento nel modo di vedere se stessa e di vivere le opinioni degli altri.

Il bello di incontrare le storie degli altri è che ci permettono di far risuonare alcune corde anche dentro di noi e di porci alcune domande.

Dopo aver letto di Chevarie, ciò che ha passato, l’entusiasmo dei suoi sedici o diciassette anni, lo sguardo con cui guarda il futuro, mi chiedo:

quali sono gli eventi grazie ai quali sentiamo

che la nostra vita ha preso una forma nuova?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*La storia di Chevarie è inserita nella raccolta “StoryCorpsU Gold Stories 2012-2013 through 2014-2015” a pagina 19 e 20.

Domande che possiamo farci

16 gennaio 20176 novembre 2025

Couple on a date vector in the garden Valentine’s theme hand drawn illustration

Uno degli articoli più letti nel 2016 del New York Times si intitola “13 Questions To Ask Before Getting Married”, ovvero: 13 domande da fare prima di sposarsi.

Pur sottolineando che le domande potrebbero essere molte, molte e molte ancora, queste sono quelle che la scrittrice Eleanor Stanford consiglia nell’articolo:

  1. Quando c’erano dei disaccordi, la tua famiglia lanciava i piatti, discuteva con calma, o faceva finta di nulla?

  2. Avremo dei figli? E se li avremo, cambierai i pannolini?

  3. Le esperienze con i nostri ex ci aiuteranno o ci bloccheranno?

  4. Quanto è importante la religione per te? Come celebreremo le feste, se lo faremo?

  5. Sono i miei debiti i tuoi debiti? Saresti disposto a salvarmi finanziariamente?

  6. Qual è la cifra massima che spenderesti per un’automobile, per un divano e per un paio di scarpe?

  7. Ti sta bene che io faccia cose senza di te?

  8. Ci piacciono i rispettivi genitori?

  9. Quanto è importante il sesso per te?

  10. Quanto ci possiamo permettere di flirtare con altre persone? Va bene guardare la pornografia?

  11. Conosci tutti i modi con cui dico ti amo?

  12. Cosa ammiri di me e quali sono le tue fissazioni?

  13. Come ci vedi fra dieci anni?

Il principio con il quale l’autrice ha scelto queste domande, talvolta strane, talvolta molo personali, è quello per cui è meglio discutere, mostrare i vari aspetti di sé prima di sposarsi, per evitare di sentirsi poi in dovere di mantenere segreti sempre più incontenibili.

Senza giudicare l’utilità o meno di queste domande – penso che ogni coppia possa trovare quelle importanti per la propria relazione –, durante la lettura mi sono chiesto quante di queste domande faremmo, prima che al partner o alla partner, a noi stessi e, se ce le facciamo, quanto sinceramente siamo disposti a risponderci.

Metterci davanti a ciò che speriamo, temiamo, ci aspettiamo dalla nostra vita fra dieci anni, per esempio, potrebbe essere difficile, doloroso e magari sorprendente. Potrebbe metterci davanti a strade che vorremmo percorrere, ma non stiamo percorrendo. Potrebbe “costringerci” a riconoscere che quello che stiamo vivendo ci piace, potremmo perfino scoprirci soddisfatti! Chi può dirlo.

E allora potremmo prendere spunto da questo articolo per pensare quali domande potremmo farci e a quali sentiamo che rispondere ci metterebbe a disagio; per decidere quali segreti vorremmo smettere di tenere, quantomeno con noi stessi.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Le parole per un anno nuovo

20 dicembre 201610 novembre 20251 commento

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

In questi giorni stavo riflettendo su un possibile articolo per chiudere questo 2016. Cosa dire? Cosa scrivere?

Spesso le feste, con annessa la fine dell’anno, sono un periodo di bilanci, personali e relazionali. Scrivere di questo? Mh, non mi convinceva.

Riflettendoci ancora, mi sono imbattuto in queste righe tratte dal libro “Passeggeri Notturni” di Gianrico Carofiglio*. Recitano così:

“Ipocognizione è un vocabolo difficile, poco usato ma piuttosto importante. Indica la situazione di chi non possiede le parole […] di cui ha bisogno per poter gestire la propria vita interiore e i rapporti con gli altri”

L’autore prosegue raccontando di uno studioso, Robert Levy [antropologo e psichiatra], che coniò il termine “ipocognizione” durante i suoi studi a Tahiti, in cui si accorse che le persone erano spesso sguarnite di fronte alla tristezza, o alla depressione, perché non avevano parole per identificarla:

“naturalmente la conoscevano e la provavano, ma non avevano per essa un concetto e un nome […] Non erano in grado di nominare, e quindi di elaborare la fragilità, la tristezza, l’angoscia”.

Quanto è importante a volte saper dire: sono triste, sono felice, sono arrabbiato?

Quanto, altre volte, sentiamo quelle stesse parole che si fermano, o decidiamo di fermarle, prima di poter uscire dalle labbra, tenendole quindi come un pensiero tutto nostro?

E quanto, altre volte ancora, cerchiamo delle parole diverse per noi stessi, per le nostre relazioni, e fatichiamo a trovarle?

Così ho trovato di cosa mi sarebbe piaciuto scrivere per questa fine dell’anno: delle parole che usiamo per raccontarci, per viverci.

E mi piace quindi concludere questo breve articolo, oltre che con gli auguri di rito a tutti, con una domanda:

quali parole vogliamo per il nostro nuovo anno?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

* Le citazioni sono tratte da: “Passeggeri Notturni” di Gianrico Carofiglio, edito da Einaudi (2016).

Crisi, benessere e cambiamento: la psicoterapia secondo gli italiani.

6 dicembre 20166 novembre 2025

Immagine creata per la giornata della salute mentale e scaricata da freepik

In questi mesi l’ente previdenziale degli psicologi [ENPAP], l’alter ego dell’Inps per capirci, ha condotto una ricerca dal titolo “Indagine di mercato sulla psicologia professionale in Italia”, una ricerca nella quale ha intervistato 1000 persone rispetto alle loro idee sulla psicologia e il lavoro di psicoterapia.

Oltre ai vari aspetti specifici di possibile cambiamento per la professione, molto utili per gli psicologi, ma che riguardano poco i non addetti ai lavori, due capitoli credo siano una lettura interessante per tutti:

  • come gli italiani percepiscono il proprio benessere ed equilibrio rispetto alla crisi;

  • come gli italiani vedono la figura dello psicoterapeuta.

Italiani, crisi e benessere

Da quello che emerge, crisi [economica e non] significa sentirsi impotenti rispetto alla possibilità di decidere del proprio futuro: “non sentirsi in grado di essere indipendenti”. A questo sentire si affiancano vissuti di insicurezza, legata al non percepirsi in grado di accogliere i vari aspetti di sé, e solitudine, che si configura nel timore di non saper stare con le persone che ci sono accanto.

Se questa è la percezione di ciò che fa soffrire le persone, secondo gli intervistati il benessere corrisponde alla capacità di perseguire obiettivi significativi nella propria vita, essere empatici con gli altri, accettare se stessi e al contempo saper cambiare, saper affrontare le avversità in modo autonomo.

Quello che ne emerge è un quadro nel quale le persone vedono alcuni aspetti della propria vita come l’esatto opposto di quello che auspicano.

Che fare, quindi?

Psicoterapia e benessere

Nello scenario raccontato prima sembra che una figura come lo psicologo-psicoterapeuta diventi centrale nel potersi prendere cura della propria vita, nel non dare per scontato che il proprio modo di vedere ciò che ci succede sia l’unico possibile.

Quello che gli intervistati hanno detto, infatti, è che lo psicologo:

• fa emergere problemi personali latenti;

• offre un supporto specifico al problema emerso;

• aiuta a cambiare punto di vista sul problema;

• indica una nuova strada da perseguire per il proprio equilibrio.

In altre parole è come se per le persone la psicoterapia fosse un percorso che può sì partire da un problema specifico, ma si focalizza sulla possibilità di cambiare sguardo per costruire equilibrio e benessere in maniera più ampia nella propria vita.

Disegnare un nuovo paesaggio

Quale storia emerge da questa indagine?

Quando ho letto i dati e le analisi della ricerca, la prima impressione che mi è balzata agli occhi è stata quella di una storia, di un racconto comune.

Sembra che le persone si sentano spesso inserite in una via sempre più stretta, una via nella quale non sentono di poter seguire il futuro desiderato, una via nella quale le cose procedono al di fuori della loro volontà: come se fossero sempre le circostanze a decidere per noi.

Questo sentire, è facile intuirlo, può portare a sentirsi impotenti e, soprattutto, può portare a sentirsi di non avere alternative, di avere tuttalpiù lo spazio di immaginare possibilità diverse, ma senza sentire di poterci credere.

È proprio in questo spazio così piccolo e doloroso, però, che si può aprire il percorso di psicoterapia.

Nel racconto della ricerca, infatti, sembra che intraprendere questo percorso sia un modo per comprendere meglio se stessi, lavorare su ciò che emerge, non solo in termini di soluzione di un problema, quanto in termini di apertura verso nuove possibilità che questa volta si sentono come percorribili.

In questi termini, quindi, la psicoterapia è oggi per gli italiani, non più un vezzo per pochi, ma un modo concreto per riappropriarsi delle proprie scelte, costruire il proprio benessere e sentirsi capaci di affrontare le sfide della vita.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Non tutta l’ansia viene per nuocere: incontrare il limite per aprire nuove possibilità.

13 settembre 201610 novembre 2025

Immagine acquisita gratuitamente da freepik

Ilaria1 ha 29 anni, una statura media e ama indossare vestiti colorati. È arrivata al Milano dal suo paese al sud per l’università e, una cosa tira l’altra, lì si è fermata. 

Il giorno della sua laurea, in un caldo luglio di ormai tre anni fa, salì a festeggiarla tutta la famiglia. Se ci fosse stato un detector di emozioni e sensazioni, avrebbe rilevato una grande presenza di: orgoglio, aspettative e speranze, gioia, nostalgia e anche un pizzico di preoccupazione.

Dal settembre successivo, Ilaria si dedicò alla consegna del curriculum in vari istituti scolastici – pubblici e privati – della città.

La sua fortuna fu che, grazie a un incrocio di maternità e malattie, iniziò fin da subito una serie di supplenze, per cui poté pagarsi il TFA [Tirocinio Formativo Attivo per essere abilitata a diventare insegnante di ruolo] e oggi può partecipare al tanto agognato concorso.

Ilaria è a letto e la sveglia al led indica le 00 e 18.

“Eccolo”, pensa, quando sente il primo formicolio alle mani.

Da qualche mese le capita quasi ogni sera, tanto che ormai, pur non volendo, lo aspetta.

Si stende sulla schiena e inizia a contare, come le aveva consigliato un’amica.

“dieci, undici, dodici… e se va male? E se non passo?…”

Sembra che i pensieri escano magicamente dal suo controllo e, più lei tenta di arginarli, più sbucano come acqua dalle crepe di una diga.

“tredici, quattordici, quindici… e se va bene? E se…”

Si alza di scatto e accende la luce. Respira col fiatone.

Prende il libro dal comodino e legge qualche pagina prima che il cuore rallenti e gli occhi le si chiudano.

/

Gli scritti sono passati e all’orale sono stati ammessi talmente pochi che la speranza è alta. Mancano tre giorni. Ilaria è al telefono con sua madre.

«Sei agitata?»

«No, mamma, sono abbastanza tranquilla»

«E con l’ansia come va?»

«Meglio, mamma, grazie»

«Guarda che è normale essere un po’ in ansia, ma vedrai che passerai sicuro»

«Certo, mamma, lo spero proprio».

Più risponde alle domande di sua madre, più sente la sua voce che diventa monotonale. Sa quello che deve dire, ma cosa vuole dire?

Quando riattacca, sente la bocca che le si tende e le lacrime iniziano a scendere. Si lascia cadere sul divano e resta a singhiozzare nella casa silenziosa.

“Cosa mi succede?”, pensa, “dovrei essere felice, invece… che stupida!”

Il pensiero si tramuta in veloci flash che si susseguono, uno dopo l’altro, come un treno coi vagoni disordinati a cui non sa dare un senso: il duomo di Milano, gli studenti, il mare, la sua famiglia, la metropolitana, i banchi, pane e panelle, il suo monolocale…

“Dovrei essere contenta”, si ripete, “dovrei…”

/

Ilaria passa il concorso e diventa insegnante di lettere di ruolo in un liceo scientifico di periferia. I mesi sfilano e il lavoro le piace, eppure non riesce a togliersi dal torace quella strana sensazione di peso.

“Perché vivo qui? Voglio vivere qui? Come potrei cambiare, ormai? È questa la vita che voglio? Qual è la vita che voglio?”, sono alcune delle domande che le sbucano in testa, sempre più spesso.

Poco dopo Natale, tornata a Milano dalle vacanze in famiglia, decide di rivolgersi a uno psicoterapeuta della sua zona e inizia un percorso. Inizia in punta di piedi, quasi spaventata da quello che potrebbe scoprire.

Con un pensiero che faticherebbe a tramutare in parole, immagina di dover fare una radiografia e di scoprirsi diversa da chi pensa di essere.

Piano, piano, entra nel viaggio terapeutico e lo costruisce assieme al suo terapeuta, lo rende il proprio percorso, il proprio spazio: non un esame calato dall’alto, ma un racconto work in progress con il finale tutto da scoprire.

Nel corso dei colloqui Ilaria esplora la propria vita, le proprie scelte e prova a disegnare il futuro, i futuri, che vorrebbe: prova a immaginare in quali si vedrebbe e in quali no.

Inizia a pensare a quante cose ha dato per scontate nei propri 34 anni, a quante decisioni ha preso senza accorgersene, a quanto sia rimasta in attesa del «momento giusto» per ascoltare i propri desideri. Dà un senso a questo modo di vivere e trova il filo rosso ha percorso la sua vita. Non sempre le piace questo filo, non sempre è piacevole riconoscerselo, ma sa che è il suo, sa che è lei, e che da lì può partire per sperimentarsi diversa. 

«La sensazione più forte non è quella che ora sia tutto rose e fiori», racconta una domenica mattina a un’amica davanti a un cappuccino, «è quella di aver ripreso in mano la mia vita, di sapere che, se voglio, posso anche fare cose diverse».

E l’ansia di prima? Che fine ha fatto?

Ilaria inizia a pensare anche a quell’ansia come a qualcosa che è stato suo e prova a darle un ruolo, un senso. La pensa come un segnale utile, una comunicazione che lei dava a se stessa, proprio in un momento in cui la sua vita stava cambiando e sentiva che le stava scivolando via, ma non sapeva dirselo diversamente.

«Sa, dottore», commenta con un mezzo sorriso durante un colloquio, «non tutta l’ansia vien per nuocere».

Alessandro Busi
Padova e su Skype

1 Gli eventi raccontati sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è puramente casuale.

Attacchi di panico: in che altri modi posso essere?

23 febbraio 20166 novembre 2025

Business man balancing on the rope and thinking fall down, Hand Drawn Sketch Vector illustration.

Mario* ha 42 anni. Ha una moglie di due anni più giovane e due figli: una ragazza di 12 anni e un bambino di 7.

Da dieci anni fa l’informatore farmaceutico, quindi, le sue settimane scorrono fra uno studio medico e l’altro, sempre alla guida dell’auto.

Il sabato e la domenica gli piace fare passeggiate sui colli con la famiglia, gli piace guardare Quelli che il calcio…, gli piace addormentarsi sul divano con sua moglie.

Questa è la sua quotidianità, questa è la sua vita: la settimana di corsa e il fine-settimana a rilassarsi.

Il primo episodio fu nella sala d’attesa di uno studio medico. Seduto di fronte alla segretaria, sentì la sudorazione aumentare, il corpo farsi caldo e il battito del cuore velocizzarsi.

“Che mi sta succedendo?”, pensò, prima di uscire in strada, sedersi in auto, chiudere gli occhi e dare un ritmo al respiro.

Bastarono pochi minuti per tranquillizzarsi. Diede la colpa al lavoro, alla crisi, al suo capo che gli aveva aggiunto delle zone da coprire. Per non dare preoccupazioni, non ne parò con nessuno.

Altri episodi seguirono il primo e, ogni volta, i minuti per far cessare quel malessere aumentavano. Cinque, dieci, quindici, fino a doversi allontanare dal lavoro.

“C’è qualcosa che non va al cuore”, pensò e per questo lo disse a sua moglie, con cui decisero di fare qualche controllo medico. Gli esami diedero tutti esito negativo: nessun problema fisico poteva giustificare quei suoi malesseri.

L’episodio più grave capitò durante una passeggiata con la famiglia sui colli. Mario si sedette su una roccia, accovacciato, con il cuore che gli scoppiava sotto lo sterno. Guardava a terra per non incrociare lo sguardo preoccupato dei figli, ma sentiva che il più piccolo singhiozzava. La moglie provava a chiamare un’ambulanza, ma non c’era campo.

“Sto morendo” pensava, sentendo il fiato farsi sempre più corto.

Dopo più di mezz’ora, riuscì a rialzarsi in piedi e, sostenuto dalla moglie, arrivò all’auto. Nel tragitto verso casa, nessuno parlava e, al posto di guida, per la prima volta da quando stavano assieme, si sedette lei.

Mario guardava fuori dal finestrino. Era sudato e sfinito, ma più di tutto, sentiva che qualcosa gli stava sfuggendo nella sua vita. Aveva voglia di piangere, di farsi abbracciare, ma sentiva che non poteva, perché “Mario” non è così. Mario non ha bisogno di niente. Mario è forte. Mario è una roccia.

“Che mi sta succedendo?”, si ripeteva.

Mario iniziò una psicoterapia molto titubante, più che altro per far contenta la moglie.

Nei primi colloqui esplorò la sua storia. Dentro di sé sperava che il terapeuta gli desse delle risposte per farlo “tornare apposto”. Nonostante queste risposte non arrivassero, continuò perché gli attacchi si erano ridotti fino a scomparire.

Proseguendo, iniziò a pensare che quegli attacchi di panico erano il suo modo per comunicare, per chiedere aiuto, per chiedere di cambiare, tutte cose che per lui erano altrimenti impossibili da dire. E si chiese:

In che altri modi posso essere?

Mario scoprì, non senza difficoltà, che nella vita poteva essere una roccia, ma anche altro; che con i figli, la moglie, al lavoro, non era obbligato ad avere solo un modo d’essere. Sperimentò che poteva chiedere aiuto e questo gli permise di pensarsi forte in maniera diversa, nuova. Non doveva sempre essere lui a tenere in mano il volante, pensò.

Attraverso il percorso terapeutico Mario non eliminò tutti i problemi dalla sua vita, ma indossò altri vestiti per essere se stesso, scoprendo quindi altri modi di affrontare le cose e di stare assieme agli altri. Attraverso il percorso terapeutico Mario scoprì che i posti in auto sono più di uno e che, a modo proprio, poteva scegliere dove sedersi.

Dr. Alessandro Busi
Padova e su Skype

*I personaggi e le vicende raccontate sono frutto di invenzione dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

Crisi esistenziale: una storia per cambiare

28 gennaio 201610 novembre 2025

Immagine creata con l’ausilio di ChatGPT

Immaginiamoci una scena che a molti di noi è familiare: immaginiamo un pranzo di Natale.

Immaginiamo che a questo pranzo partecipino una decina di persone.

Focalizziamoci su una: Marco*, 19 anni, studente di Lingue Orientali, tornato a casa per le feste.

Durante il pranzo i parenti gli chiedono come stiano andando gli studi e lui, educatamente, sorride e risponde che vanno bene, va tutto bene.

Lui lo sa che non va così bene, che pensava sarebbe stato più semplice, che si aspettava di fare molta meno fatica, ma continua a non dire nulla, sorride e dice che va tutto bene.

Immaginiamo una seconda scena: Marco esce con alcuni ex compagni di classe delle superiori. Alcuni li rivede volentieri, altri meno, alla fine, passano una piacevole serata a parlare dei primi mesi di università. Anche con loro, Marco si svela il meno possibile. Tutto bene è il suo slogan, tutto bene.

Perché Marco non può raccontare che sta facendo fatica con lo studio? Cosa succederebbe se dicesse di aver preso un diciotto nel primo esame e di averlo rifiutato? Di cosa ha paura?

Terza scena: Marco arriva a casa dei genitori e, messa l’auto nel garage, inizia a piangere. Non se lo aspettava nemmeno lui. Vedendo che non sale, arrivano anche i genitori che si allarmano, che succede? Perché piangi? Marco scuote la testa e dice che non è nulla, che va tutto bene, ma non riesce a smettere, è più forte di lui, gli manca il respiro, ma più di tutto, quello che manca a Marco è la risposta alla domanda: chi sono? Se non sono più il bravo studente, quello che vive con i genitori; se devo mentire a parenti e amici per continuare ad essere ammirato, o almeno per essere come loro, chi sono?

E non saper rispondere a questa domanda può far sentire la terra sotto i piedi, può far mancare il respiro.

Cosa può fare allora Marco?

Quello che Marco può fare, da solo e con l’aiuto di uno psicologo, è ridare senso a questo momento di crisi e a se stesso. Scoprire, per esempio, che lui non era solo un bravo studente, ma che era ed è anche altro. Scoprire che può sbagliare, perché è con gli errori che cresce. Scoprire che può cambiare e, da lì, riprendere in mano la propria vita.

Così, magari, al pranzo di Natale dell’anno dopo, Marco sceglierà di raccontare ai genitori le proprie preoccupazioni, con gli amici di riderne e con alcuni parenti di continuare a dire che va tutto bene, perché sceglie liberamente di farlo. 

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*I personaggi e le vicende raccontate sono frutto di invenzione dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

Possiamo evitare di scegliere?

18 gennaio 201610 novembre 2025

choices

Mi piace iniziare a pubblicare brevi spunti di riflessione parlando di un tema caro alla Psicologia dei Costrutti Personali: la scelta.

Cosa vuol dire scegliere?

Spesso leghiamo l’idea di scelta a quello che facciamo in maniera semplice (Crudo o cotto? Mi dia un etto di cotto, grazie), oppure a qualcosa di grande e definitivo (Ho scelto: non possiamo più vivere assieme).

Cosa hanno in comune questi due modi di vedere la scelta?

In entrambi i casi, la scelta è pensata, è fatta in modo consapevole. Il resto non lo scegliamo, semplicemente ci capita.

Bene, allora mi chiedo: cosa succederebbe se a questi modi di vedere la scelta, ne aggiungessimo un altro?

Come vedremmo le nostre vite se scegliere fosse ciò che facciamo in ogni momento?

Il semaforo diventa rosso, mi fermo o proseguo?

Il lavoro va male, cerco altro, faccio finta di niente finché dura, mi lascio abbattere?

Il lavoro va bene, sono felice, o penso che andrà male domani e mi rattristo?

Gli esempi potrebbero essere moltissimi, ma il punto è che non c’è istante in cui non scegliamo, chiaramente dentro i limiti della nostra vita.

E quando lo facciamo, facciamo una scelta che è la nostra, frutto di come vediamo il mondo, cosa ci aspettiamo succeda, cosa temiamo e speriamo, come vogliamo essere, quali reazioni ci aspettiamo dagli altri, e via dicendo.

Questo vuol dire che come psicologo, quando mi siedo di fronte a una persona, a un paziente, sono di fronte a una storia di scelte, tutte con il loro senso e la loro importanza, tutte legate l’una all’altra in un susseguirsi che non è né giusto, né sbagliato, è il proprio personale.

Questo vuol dire che la persona che si trova in un momento di difficoltà, come ha costruito il percorso che in quel momento è in una fase di sofferenza, può anche cambiarlo, può ricostruirsi, ripensare alle proprie scelte e farne di nuove.

Questo vuol dire che se pensiamo alla nostra vita come a una serie di scelte e riconosciamo il nostro ruolo attivo in esse, da lì possiamo iniziare a cambiare le cose.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

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