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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

Ogni vita merita un romanzo

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Tag: padova

Viaggiare nel tempo: cambiare il nostro passato o la storia che lo racconta?

10 settembre 201810 novembre 2025

Immagine scricata gratuitamente da freepik

“Il cuore ha buona memoria”
Mo Daviau, Aspettare ne valeva la pena

L’estate per molti e anche per me è un periodo in cui le letture si intensificano. La riduzione degli impegni quotidiani permette di dedicarsi a un’attività che sembra così controcorrente rispetto alla vita di tutti i giorni. Leggere infatti richiede di fermarsi, scoprire “la forma del cervello di un altro essere umano”1, l’autore, mettersi nei panni talvolta scomodi di persone che non siamo noi, i personaggi, scoprire come quelle vite, quei modi di vedere, quelle emozioni risuonano dentro di noi e da lì riconoscere dei nostri aspetti che, magari, ci sorprendono. 

Schermata 2018-09-04 alle 11.06.09Questa estate, fra gli altri, mi sono imbattuto nel romanzo d’esordio di un’autrice americana – Mo Daviau – che si intitola Aspettare ne valeva la pena, edito dalla giovane casa editrice Ottotipi edizioni.

La storia che l’autrice racconta è una storia di relazioni, musica e viaggi nel tempo. Ebbene sì, i protagonisti hanno trovato il modo di viaggiare sia nel passato, sia nel futuro. In principio è tutto molto bello, questi viaggi permettono a Carl Bender e soci di recuperare i concerti a cui sognavano assistere, ma piano, piano, questa possibilità di muoversi liberamente negli anni, anche della propria vita, non solo crea problemi concreti, ma soprattutto genera dubbi.

Voglio veramente scoprire cosa mi accadrà in futuro?

Voglio veramente cambiare ciò che mi è accaduto in passato?

Chi diventerei se potessi cambiare la mia storia?

Ecco la forza universale della lettura: le loro domande diventano le nostre. Chi di noi non ha vissuto eventi, momenti, periodi, oppure fatto scelte nel proprio passato che a pensarci lo fanno soffrire e che, se potesse viaggiare nel tempo, vorrebbe cancellare dalla propria biografia? Ma cosa accadrebbe?

Quello che succede nel romanzo – senza svelarvi troppo – è duplice: da un lato cambia tutto, ma dall’altro resta tutto stabile, perché un solo episodio nella vita di una persona, per quanto possa essere importante, non è tutta la vita di quella persona.

E quindi, noi che i viaggi nel tempo non li possiamo fare, cosa ce ne facciamo di ciò che ci vorremmo cancellare?

Spesso nella stanza della terapia si ha a che fare proprio con quel passato che ci dà sofferenza, perché le persone hanno bisogno uno spazio per parlarne, piangerne, magari arrabbiarsi, e perché, come dicevamo, qualcuno vorrebbe che non fosse mai esistito. Ciò che poi si scopre, però, è che nella propria psicoterapia, se da un lato c’è lo spazio per contenere assieme a un’altra persona quella sofferenza, dall’altro non ci si può limitare solo a quel momento.

Nella stanza della terapia allora succede che la nostra storia si arricchisca, fino al punto che

quell’episodio diventa uno degli episodi della nostra esistenza, e che la nostra storia smette di essere una sola linea che collega pochi punti, come nella settimana enigmistica, ma piuttosto, un fiume attraversato da tante correnti che ci hanno formato, ci formano e ci permettono di cambiare.

Allora, potremmo dire che, anche nella stanza della terapia possiamo viaggiare nel tempo, non per cancellare dei pezzi della nostra vita, ma per cambiare la storia che raccontiamo e per ampliare il romanzo che siamo.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

1Z. Smith, “Perché scrivere”, Roma, Minimum Fax

Di cosa parliamo quando parliamo di amori?

15 febbraio 201810 novembre 2025

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Che ne sappiamo noi dell’amore?

(R. Carver, “Principianti”)

Un racconto del celebre scrittore americano Raymond Carver è una scena: due coppie sedute al tavolo conversano delle loro relazioni presenti e passate provando a dare una risposta alla domanda che dà il titolo al racconto stesso: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?

Senza voler svelare il finale, credo che sia facile immaginare che nessuno dei quattro personaggi arriva a una risposta definitiva.

Chi potrebbe, d’altro canto, affermare di sapere con certezza cos’è l’amore?

Ognuno di noi ne ha una propria idea, figlia delle proprie speranze e paure, di ciò che vive giorno per giorno, di ciò che ha imparato nella propria vita a chiamare amore.

Eppure, nonostante questo sentimento sia tanto personale e intimo, è comune trovarci a pensare: è giusto il mio modo di amare? È come quello degli altri, o è diverso? Sono come gli altri, o sono diverso?

Questi dubbi così netti portano spesso con sé vissuti difficili, come la paura di scoprirci diversi da chi vorremmo essere, o la colpa nel non essere stati “capaci” di fare ciò che “si doveva”, o ancora la sofferenza nel sentirci sbagliati.

Per questo anche la psicoterapia spesso parla di relazioni e d’amore: perché è nelle relazioni che emergono alcune sofferenze, ed è grazie alle relazioni che scegliamo di metterci mano.

Così per poterne parlare, ognuno di noi scopre di avere un proprio vocabolario, dei propri significati, dei modi tutti personali di raccontare, ricordare, vivere i propri amori.

Così possiamo scoprirci più complessi di quanto pensavamo, e magari ritroviamo qualcosa che ci piace e qualcosa che vorremmo lasciar andare. Magari vediamo con più chiarezza ciò che speriamo, ciò che ci aspettiamo, ciò che temiamo. Magari scopriamo che, nella nostra particolarità, anche se il nostro modo di stare assieme agli altri può cambiare, i nostri modi di amare rimangono legittimi, proprio perché sono i nostri. E magari, smettiamo di cercare una risposta definitiva alla domanda di Raymond Carver, ma iniziamo a concederci la libertà di riformularla, per dare spazio a ciò che sentiamo:

Di cosa parliamo quando parliamo di amori?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Provavamo a proteggerci a vicenda

9 ottobre 201710 novembre 2025

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Humans of New York è un progetto artistico di Brandon Stanton. L’idea è semplice, ma la realizzazione è assai più complessa: immortalare una persona e raccoglierne uno scampolo di storia. Credo che la capacità di Stanton sia quella di dare valore ai frammenti che le persone vogliono condividere con lui, con il coraggio di mettersi di fronte e dentro ai loro dolori come alle loro gioie.

Quando lessi la storia di questa ragazza sotto la neve, mi colpì la sua intensità.

“Io e mia madre siamo sempre state molto unite, ma dopo la morte di mio padre dovemmo re-imparare a comunicare. Intraprendemmo una terapia. Avevamo smesso di essere oneste l’una con l’altra. La malattia di mio padre era stata così difficile che non volevamo creare ulteriori preoccupazioni: provavamo a proteggerci a vicenda. Non avremmo mai ammesso di avere una brutta giornata, o di sentirci depresse. La risposta era sempre: Sto bene. Ma non stavamo bene, ed era ovvio. Ci preoccupavamo l’una per l’altra, in continuazione, e ciò causò molti stress e litigi. Dovevamo re-imparare a dirci quando avevamo una brutta giornata, perché non puoi mai sapere se veramente una persona sta bene, finché non gli permetti di raccontarti quando sta male”.

Queste parole sono al contempo intime e comuni.

Quanto spesso capita di evitare di dire qualcosa che ci affligge a una persona a cui vogliamo bene, nella speranza di proteggerla dalle nostre preoccupazioni?

L’intento è nobile, si potrebbe dire, ma il risultato è spesso diverso da quello che auspicavamo.

Il risultato è spesso contribuire a creare preoccupazioni ancora più grandi, aiutate da un’atmosfera del tipo non parliamone, che ingigantisce ciò che vorremmo non ci fosse.

Come mai?

In questa abitudine, succede che noi smettiamo di chiederci Come mi sento a tenere le mie preoccupazioni solo per me?, smettiamo di chiederci Come si sente la persona che ho accanto se smetto di raccontarmi con lei/lui?, e ancora Cosa succede nella nostra relazione se non abbiamo più la libertà di raccontarci? Di raccontare anche ciò che ci fa soffrire?. Diamo per scontato come l’altro si sentirà e come noi ci sentiremo, il tutto nel tentativo di proteggere e proteggerci da qualcosa di doloroso.

Come può essere utile una psicoterapia?

La psicoterapia è anche questo: avere uno spazio in cui sperimentare cosa succede se raccontiamo a qualcuno ciò che ci affligge.

Se ne andrà? Mi vorrà correggere? Mi sgriderà?

Queste sono alcune delle domande che le persone si pongono prima di un esperimento simile. Invece, ciò che spesso succede è che si scopre che l’altra persona rimane, che il nostro dolore non è solo dicibile, ma anche esplorabile, a volte perfino con qualche sorriso.

Ciò che succede è che si scopre che il nostro dolore possiamo provare a condividerlo anche con chi ci sta più vicino, che le loro spalle e le nostre sono più larghe di quanto ci aspettassimo, che assieme possiamo portare pesi reciproci, in una strada meno perfetta di quanto sognavamo, ma molto più vivibile.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

La storia degli aerei militari precipitati in Islanda

5 settembre 20176 novembre 2025

Map of Fiji, Polygonal mesh line map, flag map

Riprendo a scrivere nel blog con una storia particolare in cui mi sono imbattuto: la storia degli aerei militari statunitensi precipitati in Islanda.

Negli anni ’70 capitava spesso che le esercitazioni militari americane finissero con lo schianto del velivolo. Pare ci siano stati più incidenti in Islanda che nel resto del mondo, dicono a causa del freddo che metteva in difficoltà le attrezzature dell’epoca.

I militari venivano salvati dall’aeronautica stessa e, assieme al loro salvataggio, i tecnici si occupavano di recuperare tutto il materiale utile.

Accadde nel novembre del 1973, nel territorio della fattoria di Einar Portseisson ed Eyrùn Saemunsdòttir. I due coniugi oggi novantenni raccontano di aver visto sopra le loro teste questo aeroplano in difficoltà, di averlo raggiunto quando le condizioni meteorologiche glielo permisero, ma di non aver trovato né persone, né cabina di pilotaggio, né motori, né ali: una carlinga abbandonata nella neve.

Immagino che la domanda che percorse le teste di tutti gli allevatori che ebbero lo stesso destino di Einar e Eyrùn fu molto simile: E ora cosa me ne faccio?!

Immagino il fastidio verso chi si era permesso di recuperare ciò che gli serviva, abbandonando gli scarti, senza nessuna attenzione per chi quelle terre le viveva. Immagino le discussioni, immagino i diversi punti di vista: «Cosa ci vuoi fare? Niente! È un rottame!», oppure «Chiamiamo il governo, che ci pensino loro a rimuoverlo!», oppure ancora «Proviamo a pensare a cosa potrebbe esserci utile».

La linea che prevalse fu la terza e fu così che piano, piano, queste carcasse d’aeroplani divennero magazzini, “capanni” per gli attrezzi, casette per la pesca e, in un caso, perfino un’abitazione.

Fu tale Helgi Jònsson che, a vent’anni dall’incidente, chiese a Einar ed Eyrùn di regalargli il loro pezzo di aereo per unirlo al suo e farne la propria casa.

Oggi Helgi vive ancora nella sua casa-aeroplano, e i rottami d’aereo sono diventati oggetto di documentari, location di video musicali, set di film e vere e proprie mete turistiche.

Quante volte, nella vita, abbiamo vissuto dei disastri di cui sentiamo di portare dentro i resti? Tanto che poi ci chiediamo: cosa me ne faccio di questo dolore? Cosa me ne faccio degli strascichi che mi ha lasciato? Quanto sarebbe bello se non fosse mai capitato? O magari ci siamo trovati a sperare in qualche soluzione magica: quanto sarebbe bello se fossi forte come Ercole e potessi scagliarlo via lontano, dove non mi ferisca più.

Credo che Einar, Eyrùn, Helgi e soci siano riusciti a trovare un modo alternativo di vivere le loro carcasse nel momento in cui hanno saputo fare i conti con i propri limiti, perché da lì hanno potuto cambiare le domande e vedere delle possibilità che all’inizio nemmeno sapevano ipotizzare.

Prima delle risposte, sono quindi le domande che ci poniamo a poter cambiare:

Come sto? Cosa mi sento di fare? In che altro modo posso vedere ciò che mi sta succedendo? Che possibilità so immaginare davanti a me?…

Perché, da queste nuove domande, lasciandoci il tempo di vivere le cose che ci succedono, potremmo scoprire che anche nelle nostre vite ci sono resti che ci fanno soffrire, ma che un giorno potremmo trasformare in case, modellini, foto sbiadite, racconti lontani o chissà cos’altro: capitoli o frasi della nostra storia a cui dare un nuovo significato, per aprire a nuove strade.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Resilienza: il nostro modo di raccontare storie nuove.

6 marzo 201710 novembre 20252 commenti

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

Storycorps è una fondazione americana che si è data un compito speciale: raccontare storie. Storie piccole, quotidiane, personali: quei frammenti che danno senso, colore, profumo alla nostra vita.

È facile immaginare quanto sia variegato il mondo che propongono, ma c’è un aspetto che spesso ritorna: la “resilienza”.

In psicologia, si parla di resilienza riferendosi alla capacità delle persone di cogliere qualcosa di utile dai momenti di difficoltà, di starci dentro e uscirne diversi rispetto a prima, di saperli vivere come passaggi che ci permettono di essere ciò che siamo.

Una storia che mi ha colpito è quella di Chevarie*, una studentessa della Corliss High School di Chicago, di cui vi traduco e riporto un estratto:

Mi chiamo Chevarine e una caratteristica che mi riconosco è la resilienza. Credo di possedere la resilienza perché nella mia vita ho vissuto molti momenti difficili. Ripensare a come ho superato cose e persone negative mi fa percepire un senso di calore e traguardo, ma ci sono molti scheletri e oscurità nel mio armadio.

In prima superiore sono stata vittima di bullismo, ma sono convinta di esserlo stato ben prima. Non ricordo, perché all’epoca ero piccola e non prestavo attenzione a ciò che gli altri dicevano e pensavano di me. Venivo bullizzata perché ero diversa dagli altri.

Non sapevo come far fronte alle mie emozioni: volevo solo morire, volevo uccidermi. Mi sembrava che nessuno capisse il mio dolore, e nemmeno ci provasse.

Prima di capire io stessa cosa mi stava succedendo, finii in un centro di salute mentale – Hargrove – perché avevo bisogno di imparare a comprendere il mio dolore, gestire i miei problemi di ansia e rabbia.

Il 2012 e il 2013 sarebbero quindi potuti essere i peggiori della mia vita a causa di tutto questo dolore.

[…]

Rimasi lì per due settimane, imparando come vivere i miei problemi.

Quando lasciai Hargrove, avevo un senso di pace interiore mai sentito prima e sapevo di essere giusta. Sapevo che non importava ciò che avevo vissuto, io ero giusta. Oggi affronto le cose di sempre, ma con la consapevolezza di essere giusta.

Oggi so che la vita è troppo corta per permettere a un evento solo di decidere per il mio intero futuro.

La resilienza è quindi qualcosa che credo tutti possediamo, ma dobbiamo trovare la forza dentro di noi per riconoscerla e usarla.

[…]

Nessuno merita di essere buttato nel dolore come è capitato a me. Eppure, nella vita attraversiamo anche cose brutte, che ci portano a diventare ciò che siamo, come se il destino aspettasse il giorno che il dolore e le lacrime se ne vanno, per realizzarsi.

Questa storia, per quanto frammentaria, mi ha colpito per lo sguardo nuovo che porta dentro di sé: il cambiamento nel modo di vedere se stessa e di vivere le opinioni degli altri.

Il bello di incontrare le storie degli altri è che ci permettono di far risuonare alcune corde anche dentro di noi e di porci alcune domande.

Dopo aver letto di Chevarie, ciò che ha passato, l’entusiasmo dei suoi sedici o diciassette anni, lo sguardo con cui guarda il futuro, mi chiedo:

quali sono gli eventi grazie ai quali sentiamo

che la nostra vita ha preso una forma nuova?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*La storia di Chevarie è inserita nella raccolta “StoryCorpsU Gold Stories 2012-2013 through 2014-2015” a pagina 19 e 20.

Domande che possiamo farci

16 gennaio 20176 novembre 2025

Couple on a date vector in the garden Valentine’s theme hand drawn illustration

Uno degli articoli più letti nel 2016 del New York Times si intitola “13 Questions To Ask Before Getting Married”, ovvero: 13 domande da fare prima di sposarsi.

Pur sottolineando che le domande potrebbero essere molte, molte e molte ancora, queste sono quelle che la scrittrice Eleanor Stanford consiglia nell’articolo:

  1. Quando c’erano dei disaccordi, la tua famiglia lanciava i piatti, discuteva con calma, o faceva finta di nulla?

  2. Avremo dei figli? E se li avremo, cambierai i pannolini?

  3. Le esperienze con i nostri ex ci aiuteranno o ci bloccheranno?

  4. Quanto è importante la religione per te? Come celebreremo le feste, se lo faremo?

  5. Sono i miei debiti i tuoi debiti? Saresti disposto a salvarmi finanziariamente?

  6. Qual è la cifra massima che spenderesti per un’automobile, per un divano e per un paio di scarpe?

  7. Ti sta bene che io faccia cose senza di te?

  8. Ci piacciono i rispettivi genitori?

  9. Quanto è importante il sesso per te?

  10. Quanto ci possiamo permettere di flirtare con altre persone? Va bene guardare la pornografia?

  11. Conosci tutti i modi con cui dico ti amo?

  12. Cosa ammiri di me e quali sono le tue fissazioni?

  13. Come ci vedi fra dieci anni?

Il principio con il quale l’autrice ha scelto queste domande, talvolta strane, talvolta molo personali, è quello per cui è meglio discutere, mostrare i vari aspetti di sé prima di sposarsi, per evitare di sentirsi poi in dovere di mantenere segreti sempre più incontenibili.

Senza giudicare l’utilità o meno di queste domande – penso che ogni coppia possa trovare quelle importanti per la propria relazione –, durante la lettura mi sono chiesto quante di queste domande faremmo, prima che al partner o alla partner, a noi stessi e, se ce le facciamo, quanto sinceramente siamo disposti a risponderci.

Metterci davanti a ciò che speriamo, temiamo, ci aspettiamo dalla nostra vita fra dieci anni, per esempio, potrebbe essere difficile, doloroso e magari sorprendente. Potrebbe metterci davanti a strade che vorremmo percorrere, ma non stiamo percorrendo. Potrebbe “costringerci” a riconoscere che quello che stiamo vivendo ci piace, potremmo perfino scoprirci soddisfatti! Chi può dirlo.

E allora potremmo prendere spunto da questo articolo per pensare quali domande potremmo farci e a quali sentiamo che rispondere ci metterebbe a disagio; per decidere quali segreti vorremmo smettere di tenere, quantomeno con noi stessi.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Le parole per un anno nuovo

20 dicembre 201610 novembre 20251 commento

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

In questi giorni stavo riflettendo su un possibile articolo per chiudere questo 2016. Cosa dire? Cosa scrivere?

Spesso le feste, con annessa la fine dell’anno, sono un periodo di bilanci, personali e relazionali. Scrivere di questo? Mh, non mi convinceva.

Riflettendoci ancora, mi sono imbattuto in queste righe tratte dal libro “Passeggeri Notturni” di Gianrico Carofiglio*. Recitano così:

“Ipocognizione è un vocabolo difficile, poco usato ma piuttosto importante. Indica la situazione di chi non possiede le parole […] di cui ha bisogno per poter gestire la propria vita interiore e i rapporti con gli altri”

L’autore prosegue raccontando di uno studioso, Robert Levy [antropologo e psichiatra], che coniò il termine “ipocognizione” durante i suoi studi a Tahiti, in cui si accorse che le persone erano spesso sguarnite di fronte alla tristezza, o alla depressione, perché non avevano parole per identificarla:

“naturalmente la conoscevano e la provavano, ma non avevano per essa un concetto e un nome […] Non erano in grado di nominare, e quindi di elaborare la fragilità, la tristezza, l’angoscia”.

Quanto è importante a volte saper dire: sono triste, sono felice, sono arrabbiato?

Quanto, altre volte, sentiamo quelle stesse parole che si fermano, o decidiamo di fermarle, prima di poter uscire dalle labbra, tenendole quindi come un pensiero tutto nostro?

E quanto, altre volte ancora, cerchiamo delle parole diverse per noi stessi, per le nostre relazioni, e fatichiamo a trovarle?

Così ho trovato di cosa mi sarebbe piaciuto scrivere per questa fine dell’anno: delle parole che usiamo per raccontarci, per viverci.

E mi piace quindi concludere questo breve articolo, oltre che con gli auguri di rito a tutti, con una domanda:

quali parole vogliamo per il nostro nuovo anno?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

* Le citazioni sono tratte da: “Passeggeri Notturni” di Gianrico Carofiglio, edito da Einaudi (2016).

Crisi, benessere e cambiamento: la psicoterapia secondo gli italiani.

6 dicembre 20166 novembre 2025

Immagine creata per la giornata della salute mentale e scaricata da freepik

In questi mesi l’ente previdenziale degli psicologi [ENPAP], l’alter ego dell’Inps per capirci, ha condotto una ricerca dal titolo “Indagine di mercato sulla psicologia professionale in Italia”, una ricerca nella quale ha intervistato 1000 persone rispetto alle loro idee sulla psicologia e il lavoro di psicoterapia.

Oltre ai vari aspetti specifici di possibile cambiamento per la professione, molto utili per gli psicologi, ma che riguardano poco i non addetti ai lavori, due capitoli credo siano una lettura interessante per tutti:

  • come gli italiani percepiscono il proprio benessere ed equilibrio rispetto alla crisi;

  • come gli italiani vedono la figura dello psicoterapeuta.

Italiani, crisi e benessere

Da quello che emerge, crisi [economica e non] significa sentirsi impotenti rispetto alla possibilità di decidere del proprio futuro: “non sentirsi in grado di essere indipendenti”. A questo sentire si affiancano vissuti di insicurezza, legata al non percepirsi in grado di accogliere i vari aspetti di sé, e solitudine, che si configura nel timore di non saper stare con le persone che ci sono accanto.

Se questa è la percezione di ciò che fa soffrire le persone, secondo gli intervistati il benessere corrisponde alla capacità di perseguire obiettivi significativi nella propria vita, essere empatici con gli altri, accettare se stessi e al contempo saper cambiare, saper affrontare le avversità in modo autonomo.

Quello che ne emerge è un quadro nel quale le persone vedono alcuni aspetti della propria vita come l’esatto opposto di quello che auspicano.

Che fare, quindi?

Psicoterapia e benessere

Nello scenario raccontato prima sembra che una figura come lo psicologo-psicoterapeuta diventi centrale nel potersi prendere cura della propria vita, nel non dare per scontato che il proprio modo di vedere ciò che ci succede sia l’unico possibile.

Quello che gli intervistati hanno detto, infatti, è che lo psicologo:

• fa emergere problemi personali latenti;

• offre un supporto specifico al problema emerso;

• aiuta a cambiare punto di vista sul problema;

• indica una nuova strada da perseguire per il proprio equilibrio.

In altre parole è come se per le persone la psicoterapia fosse un percorso che può sì partire da un problema specifico, ma si focalizza sulla possibilità di cambiare sguardo per costruire equilibrio e benessere in maniera più ampia nella propria vita.

Disegnare un nuovo paesaggio

Quale storia emerge da questa indagine?

Quando ho letto i dati e le analisi della ricerca, la prima impressione che mi è balzata agli occhi è stata quella di una storia, di un racconto comune.

Sembra che le persone si sentano spesso inserite in una via sempre più stretta, una via nella quale non sentono di poter seguire il futuro desiderato, una via nella quale le cose procedono al di fuori della loro volontà: come se fossero sempre le circostanze a decidere per noi.

Questo sentire, è facile intuirlo, può portare a sentirsi impotenti e, soprattutto, può portare a sentirsi di non avere alternative, di avere tuttalpiù lo spazio di immaginare possibilità diverse, ma senza sentire di poterci credere.

È proprio in questo spazio così piccolo e doloroso, però, che si può aprire il percorso di psicoterapia.

Nel racconto della ricerca, infatti, sembra che intraprendere questo percorso sia un modo per comprendere meglio se stessi, lavorare su ciò che emerge, non solo in termini di soluzione di un problema, quanto in termini di apertura verso nuove possibilità che questa volta si sentono come percorribili.

In questi termini, quindi, la psicoterapia è oggi per gli italiani, non più un vezzo per pochi, ma un modo concreto per riappropriarsi delle proprie scelte, costruire il proprio benessere e sentirsi capaci di affrontare le sfide della vita.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

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