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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

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Tag: cambiamento

Non tutta l’ansia viene per nuocere: incontrare il limite per aprire nuove possibilità.

13 settembre 201610 novembre 2025

Immagine acquisita gratuitamente da freepik

Ilaria1 ha 29 anni, una statura media e ama indossare vestiti colorati. È arrivata al Milano dal suo paese al sud per l’università e, una cosa tira l’altra, lì si è fermata. 

Il giorno della sua laurea, in un caldo luglio di ormai tre anni fa, salì a festeggiarla tutta la famiglia. Se ci fosse stato un detector di emozioni e sensazioni, avrebbe rilevato una grande presenza di: orgoglio, aspettative e speranze, gioia, nostalgia e anche un pizzico di preoccupazione.

Dal settembre successivo, Ilaria si dedicò alla consegna del curriculum in vari istituti scolastici – pubblici e privati – della città.

La sua fortuna fu che, grazie a un incrocio di maternità e malattie, iniziò fin da subito una serie di supplenze, per cui poté pagarsi il TFA [Tirocinio Formativo Attivo per essere abilitata a diventare insegnante di ruolo] e oggi può partecipare al tanto agognato concorso.

Ilaria è a letto e la sveglia al led indica le 00 e 18.

“Eccolo”, pensa, quando sente il primo formicolio alle mani.

Da qualche mese le capita quasi ogni sera, tanto che ormai, pur non volendo, lo aspetta.

Si stende sulla schiena e inizia a contare, come le aveva consigliato un’amica.

“dieci, undici, dodici… e se va male? E se non passo?…”

Sembra che i pensieri escano magicamente dal suo controllo e, più lei tenta di arginarli, più sbucano come acqua dalle crepe di una diga.

“tredici, quattordici, quindici… e se va bene? E se…”

Si alza di scatto e accende la luce. Respira col fiatone.

Prende il libro dal comodino e legge qualche pagina prima che il cuore rallenti e gli occhi le si chiudano.

/

Gli scritti sono passati e all’orale sono stati ammessi talmente pochi che la speranza è alta. Mancano tre giorni. Ilaria è al telefono con sua madre.

«Sei agitata?»

«No, mamma, sono abbastanza tranquilla»

«E con l’ansia come va?»

«Meglio, mamma, grazie»

«Guarda che è normale essere un po’ in ansia, ma vedrai che passerai sicuro»

«Certo, mamma, lo spero proprio».

Più risponde alle domande di sua madre, più sente la sua voce che diventa monotonale. Sa quello che deve dire, ma cosa vuole dire?

Quando riattacca, sente la bocca che le si tende e le lacrime iniziano a scendere. Si lascia cadere sul divano e resta a singhiozzare nella casa silenziosa.

“Cosa mi succede?”, pensa, “dovrei essere felice, invece… che stupida!”

Il pensiero si tramuta in veloci flash che si susseguono, uno dopo l’altro, come un treno coi vagoni disordinati a cui non sa dare un senso: il duomo di Milano, gli studenti, il mare, la sua famiglia, la metropolitana, i banchi, pane e panelle, il suo monolocale…

“Dovrei essere contenta”, si ripete, “dovrei…”

/

Ilaria passa il concorso e diventa insegnante di lettere di ruolo in un liceo scientifico di periferia. I mesi sfilano e il lavoro le piace, eppure non riesce a togliersi dal torace quella strana sensazione di peso.

“Perché vivo qui? Voglio vivere qui? Come potrei cambiare, ormai? È questa la vita che voglio? Qual è la vita che voglio?”, sono alcune delle domande che le sbucano in testa, sempre più spesso.

Poco dopo Natale, tornata a Milano dalle vacanze in famiglia, decide di rivolgersi a uno psicoterapeuta della sua zona e inizia un percorso. Inizia in punta di piedi, quasi spaventata da quello che potrebbe scoprire.

Con un pensiero che faticherebbe a tramutare in parole, immagina di dover fare una radiografia e di scoprirsi diversa da chi pensa di essere.

Piano, piano, entra nel viaggio terapeutico e lo costruisce assieme al suo terapeuta, lo rende il proprio percorso, il proprio spazio: non un esame calato dall’alto, ma un racconto work in progress con il finale tutto da scoprire.

Nel corso dei colloqui Ilaria esplora la propria vita, le proprie scelte e prova a disegnare il futuro, i futuri, che vorrebbe: prova a immaginare in quali si vedrebbe e in quali no.

Inizia a pensare a quante cose ha dato per scontate nei propri 34 anni, a quante decisioni ha preso senza accorgersene, a quanto sia rimasta in attesa del «momento giusto» per ascoltare i propri desideri. Dà un senso a questo modo di vivere e trova il filo rosso ha percorso la sua vita. Non sempre le piace questo filo, non sempre è piacevole riconoscerselo, ma sa che è il suo, sa che è lei, e che da lì può partire per sperimentarsi diversa. 

«La sensazione più forte non è quella che ora sia tutto rose e fiori», racconta una domenica mattina a un’amica davanti a un cappuccino, «è quella di aver ripreso in mano la mia vita, di sapere che, se voglio, posso anche fare cose diverse».

E l’ansia di prima? Che fine ha fatto?

Ilaria inizia a pensare anche a quell’ansia come a qualcosa che è stato suo e prova a darle un ruolo, un senso. La pensa come un segnale utile, una comunicazione che lei dava a se stessa, proprio in un momento in cui la sua vita stava cambiando e sentiva che le stava scivolando via, ma non sapeva dirselo diversamente.

«Sa, dottore», commenta con un mezzo sorriso durante un colloquio, «non tutta l’ansia vien per nuocere».

Alessandro Busi
Padova e su Skype

1 Gli eventi raccontati sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è puramente casuale.

Attacchi di panico: in che altri modi posso essere?

23 febbraio 20166 novembre 2025

Business man balancing on the rope and thinking fall down, Hand Drawn Sketch Vector illustration.

Mario* ha 42 anni. Ha una moglie di due anni più giovane e due figli: una ragazza di 12 anni e un bambino di 7.

Da dieci anni fa l’informatore farmaceutico, quindi, le sue settimane scorrono fra uno studio medico e l’altro, sempre alla guida dell’auto.

Il sabato e la domenica gli piace fare passeggiate sui colli con la famiglia, gli piace guardare Quelli che il calcio…, gli piace addormentarsi sul divano con sua moglie.

Questa è la sua quotidianità, questa è la sua vita: la settimana di corsa e il fine-settimana a rilassarsi.

Il primo episodio fu nella sala d’attesa di uno studio medico. Seduto di fronte alla segretaria, sentì la sudorazione aumentare, il corpo farsi caldo e il battito del cuore velocizzarsi.

“Che mi sta succedendo?”, pensò, prima di uscire in strada, sedersi in auto, chiudere gli occhi e dare un ritmo al respiro.

Bastarono pochi minuti per tranquillizzarsi. Diede la colpa al lavoro, alla crisi, al suo capo che gli aveva aggiunto delle zone da coprire. Per non dare preoccupazioni, non ne parò con nessuno.

Altri episodi seguirono il primo e, ogni volta, i minuti per far cessare quel malessere aumentavano. Cinque, dieci, quindici, fino a doversi allontanare dal lavoro.

“C’è qualcosa che non va al cuore”, pensò e per questo lo disse a sua moglie, con cui decisero di fare qualche controllo medico. Gli esami diedero tutti esito negativo: nessun problema fisico poteva giustificare quei suoi malesseri.

L’episodio più grave capitò durante una passeggiata con la famiglia sui colli. Mario si sedette su una roccia, accovacciato, con il cuore che gli scoppiava sotto lo sterno. Guardava a terra per non incrociare lo sguardo preoccupato dei figli, ma sentiva che il più piccolo singhiozzava. La moglie provava a chiamare un’ambulanza, ma non c’era campo.

“Sto morendo” pensava, sentendo il fiato farsi sempre più corto.

Dopo più di mezz’ora, riuscì a rialzarsi in piedi e, sostenuto dalla moglie, arrivò all’auto. Nel tragitto verso casa, nessuno parlava e, al posto di guida, per la prima volta da quando stavano assieme, si sedette lei.

Mario guardava fuori dal finestrino. Era sudato e sfinito, ma più di tutto, sentiva che qualcosa gli stava sfuggendo nella sua vita. Aveva voglia di piangere, di farsi abbracciare, ma sentiva che non poteva, perché “Mario” non è così. Mario non ha bisogno di niente. Mario è forte. Mario è una roccia.

“Che mi sta succedendo?”, si ripeteva.

Mario iniziò una psicoterapia molto titubante, più che altro per far contenta la moglie.

Nei primi colloqui esplorò la sua storia. Dentro di sé sperava che il terapeuta gli desse delle risposte per farlo “tornare apposto”. Nonostante queste risposte non arrivassero, continuò perché gli attacchi si erano ridotti fino a scomparire.

Proseguendo, iniziò a pensare che quegli attacchi di panico erano il suo modo per comunicare, per chiedere aiuto, per chiedere di cambiare, tutte cose che per lui erano altrimenti impossibili da dire. E si chiese:

In che altri modi posso essere?

Mario scoprì, non senza difficoltà, che nella vita poteva essere una roccia, ma anche altro; che con i figli, la moglie, al lavoro, non era obbligato ad avere solo un modo d’essere. Sperimentò che poteva chiedere aiuto e questo gli permise di pensarsi forte in maniera diversa, nuova. Non doveva sempre essere lui a tenere in mano il volante, pensò.

Attraverso il percorso terapeutico Mario non eliminò tutti i problemi dalla sua vita, ma indossò altri vestiti per essere se stesso, scoprendo quindi altri modi di affrontare le cose e di stare assieme agli altri. Attraverso il percorso terapeutico Mario scoprì che i posti in auto sono più di uno e che, a modo proprio, poteva scegliere dove sedersi.

Dr. Alessandro Busi
Padova e su Skype

*I personaggi e le vicende raccontate sono frutto di invenzione dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

Crisi esistenziale: una storia per cambiare

28 gennaio 201610 novembre 2025

Immagine creata con l’ausilio di ChatGPT

Immaginiamoci una scena che a molti di noi è familiare: immaginiamo un pranzo di Natale.

Immaginiamo che a questo pranzo partecipino una decina di persone.

Focalizziamoci su una: Marco*, 19 anni, studente di Lingue Orientali, tornato a casa per le feste.

Durante il pranzo i parenti gli chiedono come stiano andando gli studi e lui, educatamente, sorride e risponde che vanno bene, va tutto bene.

Lui lo sa che non va così bene, che pensava sarebbe stato più semplice, che si aspettava di fare molta meno fatica, ma continua a non dire nulla, sorride e dice che va tutto bene.

Immaginiamo una seconda scena: Marco esce con alcuni ex compagni di classe delle superiori. Alcuni li rivede volentieri, altri meno, alla fine, passano una piacevole serata a parlare dei primi mesi di università. Anche con loro, Marco si svela il meno possibile. Tutto bene è il suo slogan, tutto bene.

Perché Marco non può raccontare che sta facendo fatica con lo studio? Cosa succederebbe se dicesse di aver preso un diciotto nel primo esame e di averlo rifiutato? Di cosa ha paura?

Terza scena: Marco arriva a casa dei genitori e, messa l’auto nel garage, inizia a piangere. Non se lo aspettava nemmeno lui. Vedendo che non sale, arrivano anche i genitori che si allarmano, che succede? Perché piangi? Marco scuote la testa e dice che non è nulla, che va tutto bene, ma non riesce a smettere, è più forte di lui, gli manca il respiro, ma più di tutto, quello che manca a Marco è la risposta alla domanda: chi sono? Se non sono più il bravo studente, quello che vive con i genitori; se devo mentire a parenti e amici per continuare ad essere ammirato, o almeno per essere come loro, chi sono?

E non saper rispondere a questa domanda può far sentire la terra sotto i piedi, può far mancare il respiro.

Cosa può fare allora Marco?

Quello che Marco può fare, da solo e con l’aiuto di uno psicologo, è ridare senso a questo momento di crisi e a se stesso. Scoprire, per esempio, che lui non era solo un bravo studente, ma che era ed è anche altro. Scoprire che può sbagliare, perché è con gli errori che cresce. Scoprire che può cambiare e, da lì, riprendere in mano la propria vita.

Così, magari, al pranzo di Natale dell’anno dopo, Marco sceglierà di raccontare ai genitori le proprie preoccupazioni, con gli amici di riderne e con alcuni parenti di continuare a dire che va tutto bene, perché sceglie liberamente di farlo. 

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*I personaggi e le vicende raccontate sono frutto di invenzione dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

Possiamo evitare di scegliere?

18 gennaio 201610 novembre 2025

choices

Mi piace iniziare a pubblicare brevi spunti di riflessione parlando di un tema caro alla Psicologia dei Costrutti Personali: la scelta.

Cosa vuol dire scegliere?

Spesso leghiamo l’idea di scelta a quello che facciamo in maniera semplice (Crudo o cotto? Mi dia un etto di cotto, grazie), oppure a qualcosa di grande e definitivo (Ho scelto: non possiamo più vivere assieme).

Cosa hanno in comune questi due modi di vedere la scelta?

In entrambi i casi, la scelta è pensata, è fatta in modo consapevole. Il resto non lo scegliamo, semplicemente ci capita.

Bene, allora mi chiedo: cosa succederebbe se a questi modi di vedere la scelta, ne aggiungessimo un altro?

Come vedremmo le nostre vite se scegliere fosse ciò che facciamo in ogni momento?

Il semaforo diventa rosso, mi fermo o proseguo?

Il lavoro va male, cerco altro, faccio finta di niente finché dura, mi lascio abbattere?

Il lavoro va bene, sono felice, o penso che andrà male domani e mi rattristo?

Gli esempi potrebbero essere moltissimi, ma il punto è che non c’è istante in cui non scegliamo, chiaramente dentro i limiti della nostra vita.

E quando lo facciamo, facciamo una scelta che è la nostra, frutto di come vediamo il mondo, cosa ci aspettiamo succeda, cosa temiamo e speriamo, come vogliamo essere, quali reazioni ci aspettiamo dagli altri, e via dicendo.

Questo vuol dire che come psicologo, quando mi siedo di fronte a una persona, a un paziente, sono di fronte a una storia di scelte, tutte con il loro senso e la loro importanza, tutte legate l’una all’altra in un susseguirsi che non è né giusto, né sbagliato, è il proprio personale.

Questo vuol dire che la persona che si trova in un momento di difficoltà, come ha costruito il percorso che in quel momento è in una fase di sofferenza, può anche cambiarlo, può ricostruirsi, ripensare alle proprie scelte e farne di nuove.

Questo vuol dire che se pensiamo alla nostra vita come a una serie di scelte e riconosciamo il nostro ruolo attivo in esse, da lì possiamo iniziare a cambiare le cose.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

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