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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

Ogni vita merita un romanzo

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Categoria: spunti di riflessione

La vita in relazione: DPCM 8 marzo, psicoterapia e responsabilità [EDIT 12 marzo]

9 marzo 20206 novembre 20251 commento

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Stiamo vivendo un momento difficile, in cui ognuno di noi fatica a capire come ci si deve comportare, cosa è necessario fare, cosa si può evitare. Le informazioni che ci arrivano sono tante e spesso minacciano le nostre abitudini e aspettative verso il futuro. Questo dà preoccupazione, ansia: desiderio a volte di esagerare, altre volte di far finta che non stia succedendo nulla.
È comprensibile, di fronte alla paura forte spesso reagiamo così. Ma possiamo anche provare a fare qualcosa di diverso.
Fermiamoci un momento e pensiamo a quello che ci sta succedendo.
L’emergenza sanitaria è qualcosa che nessuno si poteva aspettare, che spaventa, e che ci impone di ripensare in parte alle nostre azioni abituali, quantomeno per un periodo.
Ma noi non siamo abituati ad avere delle limitazioni, tanto meno alla nostra libertà di movimento. Eppure ci sono situazioni in cui è necessario pensare alla salute di tutti: ricordarci che, anche quando siamo soli, siamo sempre inseriti nelle maglie delle relazioni.
Questo può essere limitante, è innegabile, ma che altro può essere?
Ogni nuovo vincolo ci impone di pensare a nuove possibilità, ci impone di chiederci

Cosa posso fare dentro questi nuovi vincoli?
A cosa posso rinunciare ora per rinunciare meno in futuro?
Come posso stare assieme agli altri in modo diverso?

E quindi di ricordarci che, se siamo responsabili delle nostre azioni, vuol dire anche che abbiamo libertà di scelta.

Questo vale per tutto, perciò vale anche per la psicoterapia. Siccome la situazione è delicata, divido tre punti importanti, nella speranza di essere chiaro:

  • con il DPCM – Decreto delPresidente del Consiglio dei Ministri – dell’8 marzo e con l’aggiornamento del 9 marzo e quello ulteriore del 12 marzo è ancora possibile svolgere la psicoterapia individuale e di coppia via Skype e anche nei miei studi di Padova, Mestrino – grazie al fatto che entrambi gli studi permettono di garantire le norme igienico sanitarie suggerite dall’Istituto superiore della Sanità;
  • nel decreto i divieti assoluti di movimento riguardano chi sta male*, e proprio per questo è richiesto a tutti di assumersi la responsabilità di ridurre al minimo gli spostamenti solo per ragioni di lavoro, sanitarie (fra cui rientra la psicoterapia) ed emergenze. Seguendo quel principio di responsabilità personale e sociale che dicevo prima, con tutti i miei pazienti valuteremo di effettuare i colloqui su Skype. Solo in casi di necessità, li svolgeremo di persona. In questo secondo caso, chi verrà in studio dovrà produrre un’autocertificazione in cui dichiara le ragioni del proprio viaggio (qui la nota del Ministero degli Interni) da esibire in caso di controlli. Sarà possibile anche rilasciare un certificato con data e ora del colloquio da poter esibire in allegato;
  • Con le stesse attenzioni alla responsabilità, ci muoveremo anche con chi vuole iniziare un nuovo percorso. La via privilegiata sarà la terapia via Skype, mentre gli incontri di persona a Padova e Mestrino saranno per queste due settimane marginali. Chi desidera fissare un primo colloquio o volesse chiedere informazioni mi può contattare al 3275389290, via email alessandrobusi.psy@gmail.com, oppure tramite il mio account di Guidapsicologi.

Proviamo a rendere questa situazione meno scomoda e duratura possibile: ci vuole un po’ di impegno da parte di tutti e ricordarci che una cosa che contraddistingue noi esseri umani è la capacità di cambiare per far fronte alle avversità. E proprio questo è quello che si fa in psicoterapia: costruire strade nuove per vivere diversamente anche le situazioni più difficili; riscoprirci liberi di scegliere.

Alessandro Busi
psicoterapeuta a Padova e via Skype

* Chi dovesse sentire anche lievi sintomi riconducibili all’influenza, quindi simili a quelli del Covid-19, oppure riconducibili a quelli del Coronavirus, oltre a contattare telefonicamente il proprio medico di base e i numeri dedicati, è invece tenuto a restare in casa. In questo caso, sarà possibile continuare i percorsi di psicoterapia via Skype, garantendo quindi un sostegno anche in una situazione non certo facile.

NB: con il procedere delle novità, aggiornerò il post in modo da rendere le informazioni più complete possibili.

Il segreto di un matrimonio felice è sapere come litigare

10 febbraio 20206 novembre 2025

Due anni fa lessi questo articolo del New York Times e pensai che sarebbe stato bello tradurlo per il blog. Vai a capire perché, non l’ho mai fatto, fino a oggi.

In questo breve pezzo la psicoterapeuta californiana Daphne De Marneffe entra nelle dinamiche di coppia e in quello che per molti è un tabù: una coppia felice può litigare?

Nei miei colloqui di psicoterapia lo spazio per il litigio, anche per la rabbia, nelle relazioni è una tematica che torna spesso, quindi vi propongo alcuni stralci dell’articolo perché credo dia una prospettiva interessante.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Immagine scaricata da freepik

Il segreto di un matrimonio felice è sapere come litigare

Quando le coppie passano da sussurrarsi cose dolci ai preparativi del matrimonio, le loro teste sono occupate da scadenze, cose da fare, incombenze. La loro attenzione sarà catturata dal Grande Giorno, non da cosa succede dopo.

E perché no? Le coppie comprensibilmente vogliono assaporare la loro gioia elettrizzante. Il sociologo Andrew Cherlin sostiene che il matrimonio sia passato da svolta a fondamento della vita adulta. Quindi, sono meno un passo per la coppia e più uno spettacolo del proprio “sono arrivato”.

Questo “matrimonio fondamenta” ci spiega perché questa decisione porti con sé una grande quantità di stress e intensità, e perché poi ci si aspetti che anche le routine familiari seguano lo stesso schema perfetto. Non è così […]. Spesso vedo coppie il cui congelato matrimonio di 17 anni inizia a sciogliersi quando riescono a dirsi cose difficili, ma che devono essere condivise.

I fidanzati devono pianificare il matrimonio. Ma mentre pensano al grande giorno, dovrebbero anche pensare a come affronteranno i loro disaccordi. Abbiamo costruito l’amore e il matrimonio in un modo così ideale che le persone sono spaventate di pensare quanto può essere complesso.

Prendiamo l’esempio dei soldi, una fonte di tensione nel matrimonio, da sempre. Tre quarti delle coppie pagano più di quello che volevano per il giorno del matrimonio. […] Ma le decisioni legate ai soldi non smettono mai di essere sfidanti. Sento molte coppie discutere perché uno dei due sente che l’altro è un ostacolo, invece di notare che è la vita stessa a presentare ostacoli. Le scelte economiche devono essere prese tenendo presente le idee dell’atro, che spesso saranno in disaccordo con le proprie. Per questo molti decidono di non parlarne apertamente, e covano in silenzio.

Una volta, in un ristorante, sentii una giovane donna annunciare al suo partner che aveva deciso di lasciare il lavoro per occuparsi del matrimonio. Ci fu un silenzio straziante. Qualcosa doveva essere detto – perché non me ne hai parlato prima?. Invece, lui rimase in silenzio.

Le persone che lavorano in terapia con le coppie, spesso parlano del bisogno di costruire una “storia di coppia”, ma, se le coppie iniziano a collaborare, devono anche prevedere come avere conversazioni utili, e le conversazione, a differenza dei monologhi, possono essere molto dure.

Nella nostra cultura avversa al conflitto, spesso non prendiamo queste capacità di litigare come parte dell’amore. Ho visto però che i matrimoni migliori coinvolgono persone che fronteggiano emozioni negative […]: non rinnegano la rabbia, ma nemmeno la vivono con soddisfazione; affrontano le cose in modo forte senza smettere di prestare ascolto; chiedono scusa se fanno qualcosa di male.

Quello che conta in un matrimonio è ciò che rendiamo possibile oltre al rossore iniziale: conversazioni che siano profonde, intime e sincere. Non ci incontriamo attraverso una comprensione mistica: ci innamoriamo con la passione, poi realizziamo l’amore attraverso continue conversazioni.

Con quelle discussioni coltiviamo l’attitudine emotiva essenziale del matrimonio: io posso capire ciò che pensi e senti, senza che ciò mi privi della mia esperienza. La tua realtà non cancella la mia.

Tutto questo può sembrare noioso o di poco conto nella lista delle cose da fare, ma nella vita di coppia le emozioni chiedono tempo.
L’artista Georgia O’Keefee disse: “nessuno vede un fiore – veramente – è troppo piccolo e richiede tempo – non abbiamo tempo – ma vedere richiede tempo, come avere un amico richiede tempo”. Quello che molti cercano in un matrimonio è avere un amico intimo. La chiave per un amore duraturo è prendersi il tempo di capire e decidere cosa fare.

Il giorno del matrimonio è una celebrazione di un giorno, ma la vita di matrimonio è una processo senza finale scritto di incomprensioni da sciogliere. Quindi auguro a tutti i nuovi fidanzati una grande gioia. Ma auguro anche che, fra catering e inviti, si prendano una paura per pensare come litigano e come vogliono parlare.

Per il nuovo anno, voglio…

2 gennaio 202012 novembre 2025

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Il nostro modo di vivere il tempo è quello di scandirlo: ore, giornate, mesi, anni. In questa scansione, ci sono momenti a cui diamo significati particolari. I compleanni, per esempio, che spesso portano con sé momenti di riflessione, scelte e anche crisi: ho 20, 30, 40, 50, 60, 70 anni e la mia vita?

Un momento che per molti è un’occasione per fare il punto è quello del cambio di anno: come è stato l’anno appena concluso?
Cosa voglio per l’anno prossimo?
Con chi voglio l’anno prossimo?

Spesso queste sono anche le domande che le persone portano con sé quando vengono in psicoterapia, perché, di fronte al desiderio di cambiare qualcosa nella propria vita, poi si chiedono: va bene, ma come faccio? Cosa succede se cambio? Come si fa?

Per questo inizio di anno, vi presento oggi un breve Ted talk che si intitola “Prima di morire voglio…” dell’artista americana Candy Chang. Nel video racconta di quando fece un esperimento: scrivere su un muro “prima di morire voglio…” e vedere cosa avrebbero scritto le persone.

Il risultato del suo esperimento potete leggerlo e vederlo qui sotto, ma noi possiamo prendere spunto e chiederci: per questo nuovo anno, voglio…

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Prima di morire voglio…

Ci sono molti modi in cui le persone attorno a noi possono migliorare le nostre vite. Non interagiamo con tutti i nostri vicini, e così tanta esperienza non viene trasferita, sebbene condividiamo gli stessi spazi pubblici.

Così gli anni passati ho cercato modi di condividere di più con i miei vicini negli spazi pubblici, usando strumenti semplici come adesivi, stencil e gessetti. Questi progetti partivano dai quesiti che mi ponevo, ad esempio, quanto pagano di affitto i miei vicini? Come possiamo prestare o farci prestare più cose senza bussare alla porta al momento sbagliato? Come possiamo condividere di più i nostri ricordi degli edifici abbandonati, e comprendere al meglio i nostri paesaggi? E come possiamo condividere di più le nostre speranze per i negozi sfitti in modo che le nostre comunità possano rispecchiare oggi le nostre necessità e i nostri sogni?

Ora, io vivo a New Orleans, e sono innamorata di New Orleans. La mia anima è sempre confortata dalle vive querce giganti, che offrono riparo ad amanti, ubriachi e sognatori da centinaia di anni, e mi fido di una città che dà sempre spazio alla musica. Ho l’impressione che appena qualcuno starnutisce, New Orleans fa una parata. La città ha tra le più belle architetture al mondo, ma è anche tra le città degli Stati Uniti con più immobili abbandonati. 

Vivo vicino a questa casa, e ho pensato a come rendere lo spazio più piacevole per i miei vicini, e ho pensato anche a qualcosa che ha cambiato la mia vita per sempre.

Nel 2009, ho perso qualcuno che amavo molto. Si chiamava Joan, per me è stata una madre, e la sua morte è stata improvvisa e inaspettata. Ho pensato molto alla morte, e mi ha fatto sentire una profonda gratitudine per i momenti trascorsi, e ha fatto chiarezza sulle cose che hanno un significato per la mia vita di adesso. Ma faccio fatica a mantenere questa prospettiva nella vita di tutti i giorni. Ho l’impressione che sia facile farsi prendere dalla routine, e dimenticare quello che è davvero importante.

Così con l’aiuto di amici vecchi e nuovi, ho trasformato la facciata di questa casa abbandonata in una gigantesca lavagna e ci ho stampato su una frase da completare negli spazi vuoti: “Prima di morire, voglio…” Così chiunque passava poteva prendere un gessetto, riflettere sulla propria vita, e condividere le proprie aspirazioni personali in uno spazio pubblico.

Non sapevo cosa aspettarmi da questo esperimento, ma il giorno dopo, il muro era pieno di scritte, e hanno continuato ad aumentare. E vorrei condividere alcune cose che le persone hanno scritto su questo muro.

“Prima di morire, voglio essere processato per pirateria.” “Prima di morire, voglio stare a cavalcioni sulla Linea del Cambiamento di Data.” “Prima di morire, voglio cantare per milioni di persone.” “Prima di morire, voglio piantare un albero.” “Prima di morire, voglio vivere senza vincoli.” “Prima di morire, voglio abbracciarla un’ultima volta.” “Prima di morire, voglio correre in aiuto di qualcuno.” “Prima di morire, voglio essere me stesso, completamente.”

Così questo spazio trascurato è diventato uno spazio costruttivo, e le speranze e i sogni delle persone mi hanno fatto ridere fragorosamente, piangere, e mi hanno consolato nei periodi difficili. Si tratta di sapere che non sei solo. Si tratta di capire i tuoi vicini in un modo nuovo e istruttivo. Si tratta di fare spazio alla riflessione e alla contemplazione, e ricordare quello che davvero ci importa di più mentre cresciamo e cambiamo. 

L’ho realizzato l’anno scorso, e ho iniziato a ricevere centinaia di messaggi da appassionati che volevano realizzare un muro all’interno della loro comunità, così insieme ai miei colleghi del centro civico abbiamo creato un kit e ad oggi sono stati trasformati muri nei paesi di tutto il mondo, incluso il Kazakistan, il Sud Africa, l’Australia, l’Argentina e oltre. Insieme, abbiamo mostrato quanto coinvolgente possa essere lo spazio pubblico se ci viene data l’opportunità di dire la nostra e condividere di più gli uni con gli altri.

Due delle cose più preziose che abbiamo sono il tempo e i rapporti interpersonali. In un’epoca in cui aumentano le distrazioni, è diventato sempre più importante trovare il modo di mantenere la giusta prospettiva e ricordare che la vita è breve e fragile. La morte è qualcosa di cui preferiamo non parlare o a cui preferiamo non pensare ma, mi sono resa conto che prepararsi alla morte è una delle cose che ti dà maggiore forza. Pensare alla morte chiarisce la nostra vita. 

Gli spazi condivisi possono rispecchiare al meglio ciò che è importante per noi come individui e come comunità, e con sempre più modi di condividere le nostre speranze, paure e storie, le persone intorno a noi possono aiutarci non solo a rendere migliore i luoghi, ma anche a condurre una vita migliore.

Anche i rapper vanno dallo psicologo?

25 novembre 201912 novembre 2025

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Un’emozione che molte persone che vorrebbero rivolgersi a uno psicologo, o iniziare un percorso di psicoterapia, dicono di vivere è la vergogna.
Cosa penserebbero gli altri se sapessero che vado dallo psicologo?
E cosa dovrei pensare di me?
Spesso questa vergogna nasce da due idee:
– da un lato una visione di autonomia e forza per la quale le persone riescono a risolversi da sole i propri problemi;
– dall’altro la sensazione per cui gli altri non vivono quello che viviamo noi; la sensazione per la quale le vite degli altri procedano nel modo “giusto” perché loro sono capaci di vivere, mentre noi no.
Questi presupposti, per molti, si rivelano un ostacolo complesso da superare prima di potersi permettere di dire: bene, voglio iniziare una psicoterapia.

Nel mondo della musica, un genere che ha sempre fatto del machismo e della dimostrazione della forza due dei suoi punti cardine, è il rap.
In molte canzoni rap – non in tutte – l’autocelebrazione è un elemento centrale: io sono forte, io ce l’ho fatta, io mi sono costruito con le mie sole mani.
Pur restando questi aspetti, è vero che anche il mondo del rap sta vivendo dei cambiamenti, grazie ai quali, per esempio, ci sono oggi sempre più musicisti che si sentono liberi di dichiarare la propria omosessualità, cosa impensabile già solo quindici anni fa; ci sono più donne che possono spiccare; il panorama di tematiche di cui alcuni scelgono di parlare nelle canzoni è più ampio.
Non è un caso che, sempre in questi ultimi anni, molti rapper importanti stiano scegliendo anche di far cadere la maschera da machi in favore di un racconto di sé più umano, semplicemente, potremmo dire, di ricordarsi che sono persone, e che quindi, come tutte le persone, hanno dei problemi, che come molte persone vanno dallo psicologo.
Questa cortina è stata rotta in primis dal rapper americano Jay-Z, che due anni fa, in una lunga intervista rilasciata al direttore del New York Times, non solo disse che finalmente aveva potuto far cadere i ruoli che doveva indossare all’inizio della carriera – “questo è chi sono”, dice, e poi “la cosa più forte che un uomo può fare è mostrarsi vulnerabile” – ma anche di come andare in psicoterapia individuale e di coppia gli abbia permesso non solo di cambiare, ma anche di ricostruire il suo matrimonio.

Qualche settimana fa è uscita un’intervista a un famoso rapper italiano che parla della propria psicoterapia.
Fabio Bartolo Rizzo, in arte Marracash, ha raccontato con molta onestà la sua psicoterapia, le ragioni per cui ci è andato e il beneficio che ne ha tratto.
Per non dilungarmi, lascio che siano le sue parole, di cui riporto qualche stralcio assieme al video dell’intervista completa, a parlare, perché sono convinto si spieghino da sé.

“Un po’ tutti abbiamo delle cose che non ci fanno stare bene con noi stessi: la differenza è quando sei in grado di tirarle fuori. Ci sono persone che non riescono neanche a parlarne con loro stessi, ma queste cose ci sono comunque e magari le somatizzano in altri modi
[…]
La cosa che funziona è che a un certo punto lui (lo psicologo) ti fa delle domande, o ti fa fare delle domande che non ti sei fatto da solo. Andare da lui è servito a capirmi e ad accettarmi di più.
[…]
Una delle cose più importanti di quest’ultima crisi è che non sapevo più in che cosa credere. Mi sembrava tutto finto: le relazioni, l’amore… non avevo più motivazione per alzarmi al mattino e fare le cose.
[…]
Se penso che andavo dallo psicologo, gli raccontavo che non riuscivo a scrivere, che non sapevo se avrei fatto un altro disco e come mi sentivo qualche mese fa, è incredibile come la mia vita sia ripartita“.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

La paura della morte e della vita come la viviamo

11 novembre 201912 novembre 20252 commenti

Una vecchia massima latina diceva che, se si vuole avere la pace, bisogna prepararsi alla guerra: si vis pacem, para bellum.

Questa massima fu ripresa da Sigmund Freud, che la trasformò in chiave psicoanalitica: si vis vitam, para mortem – se vuoi la vita, pensa che nel tuo futuro ci sarà la morte.

Negli ultimi mesi, ho letto un libro di Irvin Yalom, famoso psicoterapeuta e romanziere americano, che in Fissando il sole affronta un tema che non solo accomuna, ma si presume contraddistingua proprio gli esseri umani dagli altri animali: la paura della morte.

Come l’autore suggerisce nel titolo, il pensiero della nostra morte è qualcosa come fissare il sole, qualcosa che ci fa male, ma che comunque ci succede di fare.

Proprio perché è strettamente legato alla vita, la paura della morte è un tema di cui si parla in psicoterapia e che apre le porte a uno sguardo sulla vita e su come la viviamo.

Oggi voglio provare a parlarne prendendo uno stralcio dal libro di Yalom. Nelle righe che seguono, leggerete il confronto fra una donna e il suo psicoterapeuta e i ragionamenti che ne emergono spero possano essere spunti utili per molti.

Buona lettura.

Alessandro Busi –
Padova e su Skype

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*«mi permetta di rivolgerle una domanda forse banale. Perché la morte è così terrificante? Che cosa in particolare la spaventa della morte?»

Rispose istantaneamente: «Tutte le cose che non ho fatto».

«Vale a dire?»

«Devo proprio raccontarle la mia storia di artista. Io, per prima cosa, sono stata un’artista. Tutti quanti, tutti i miei insegnanti, mi dicevano che avevo un grande talento. Però, anche se nel corso della giovinezza e dell’adolescenza ho ricevuto riconoscimenti considerevoli in tal senso, quando ho deciso di dedicarmi alla psicologia ho messo l’artista da parte». Poi si corresse: «No, non è del tutto vero. Non l’ho messa completamente da parte. Comincio spesso un disegno o un dipinto, ma non li porto mai a termine. Inizio qualcosa e poi lo ficco in un cassetto della scrivania, che assieme all’armadietto nel mio studio è piena zeppa di lavori incompiuti».

«Perché? Se ama dipingere e comincia dei progetti, che cosa le impedisce di portarli a termine?»

«I soldi. Ho molto da fare e svolgo pratica terapeutica a tempo pieno».

«Quanti soldi guadagna? Di quanto ha bisogno?»

«Be’, la maggior parte della gente direbbe che guadagno un bel po’. Incontro i pazienti per almeno quaranta ore alla settimana, spesso di più. Ma ci sono le rette esorbitanti delle scuole private di due bambini».

«E suo marito? Mi ha detto che anche lui è un terapeuta. Lavora altrettanto sodo e guadagna quanto lei?»

«Ha lo stesso numero di pazienti, a volte di più, e guadagna anche di più: molte delle sue ore sono impiegate in test neuropsichici, che sono economicamente più vantaggiosi».

«Quindi sembra che tra lei e suo marito abbiate più soldi di quanti ve ne servono. Tuttavia lei mi dice che i soldi le impediscono di perseguire la sua arte?»

«Be’, si tratta dei soldi, ma in un senso strano. Vede, io e mio marito siamo stati sempre in competizione per chi dei due guadagnava di più. Non è una cosa riconosciuta apertamente, non è una competizione esplicita, ma io so che è lì, che esiste sempre».

«Allora lasci che le faccia una domanda. Supponiamo che una paziente venga nel suo studio e le dica di avere un grande talento e ardere dal desiderio di esprimersi dal punto di vista creativo, ma che non può farlo perché è in competizione con il marito per guadagnare più soldi, soldi dei quali non ha bisogno. Che cosa le direbbe?»

Posso ancora sentire la risposta immediata di Julia, con il suo stretto accento britannico: «Le direi: Sta vivendo una vita assurda!»

Da quel momento il lavoro di Julia in terapia consistette nel trovare un modo di vivere meno assurdo. Esplorammo la competitività nella sua relazione coniugale e anche il significato dei disegni abbozzati nella scrivania e negli armadietti. Prendemmo in considerazione la possibilità, per esempio, che l’idea di un destino alternativo stesse agendo per controbilanciare in qualche modo la linea retta che s’allungava tra la nascita e la morte. O c’era forse un vantaggio per lei nel non finire i suoi lavori e, quindi, nel non mettere alla prova i limiti del proprio talento? Forse voleva perpetuare la convinzione che avrebbe potuto fare grandi cose, se solo lo avesse desiderato. Forse c’era qualcosa di attraente nell’idea che, se avesse voluto, sarebbe potuta diventare una grande artista. Forse nessuna delle sue opere riusciva a raggiungere il livello che lei pretendeva da se stessa. Julia si trovò particolarmente in consonanza con quest’ultimo pensiero. Era eternamente insoddisfatta di sé e si appellava a un motto che aveva imparato a memoria all’età di otto anni, dopo averlo visto scritto su una lavagna a scuola: Buono migliore il meglio Non fermarti mai finché Il buono è migliore E il migliore è il meglio di te.

La storia di Julia è un altro esempio del modo in cui l’angoscia della morte può manifestarsi in forma occulta. Julia si presentò per la terapia con una gamma di sintomi che erano un travestimento quasi trasparente dell’angoscia della morte.

[…]

Julia aveva cominciato a confrontarsi direttamente con ciò che le impediva di vivere in modo soddisfacente la propria vita.

«Di cosa precisamente ha paura riguardo alla morte?» È una domanda che pongo spesso ai miei pazienti, perché provoca una varietà di risposte che spesso accelerano l’andamento della terapia. La risposta di Julia: «Tutte le cose che non ho fatto» mette in rilievo un tema di grande importanza per molti che riflettono sulla morte o devono affrontarla: la sicura correlazione tra la paura della morte e la percezione di una vita non vissuta. In altre parole, più la vita viene percepita come non vissuta, più grande è l’angoscia della morte. Più non si riesce a sperimentare la vita con pienezza, più si avrà paura di morire.

* questo stralcio è preso da pagina 45 di Fissando il sole di I. Yalom, edito da Neri Pozza.

A cosa serve la psicoterapia?

21 ottobre 201912 novembre 2025

A cosa serve la psicoterapia?

A tutti gli psicologi e psicoterapeuti è capitato che qualcuno ponesse questa domanda. Sono convinto che tutti i colleghi che hanno dovuto rispondere, l’hanno fatto con la consapevolezza che stavano dando una risposta parziale, perché la psicoterapia è un’esperienza così ricca e personale che è difficile dare una risposta univoca.

Va bene, ma: a cosa serve la psicoterapia?

Spesso queste cinque parole concluse dal punto di domanda portano con sé aspettative, speranze, paure (Es. dimmi che non serve a nulla! oppure dimmi che è la salvezza!) ma anche visioni del mondo come quella comune: la psicoterapia deve portare alla felicità.
Quello che spesso immaginiamo quando parliamo di felicità è una sorta di stato continuo di benessere, oppure di accettazione inscalfibile di qualunque evento doloroso che possa capitarci nella vita. Ma è possibile che la psicoterapia porti a ciò? O meglio: esiste qualcosa che porti a ciò? O meglio: è realistico questo desiderio?

dentro-e-fuori-la-stanza-2018Personalmente ho trovato molto interessante la risposta che dà la psicoterapeuta e scrittrice Costanza Jesurum nel suo “Dentro e fuori la stanza”, nelle cui pagine dice così:

la psicoterapia è quella cosa che serve ad allargare il campo d’azione che il sintomo psichico restringe. Non ci consegnerà alla tragedia, non ci consegnerà al paradiso, ma ci farà stare al mondo con più cose.

Dicevo che ho ritrovato in queste parole la mia idea di psicoterapia perché il vissuto con cui molte persone arrivano è quello di vivere situazioni senza via di uscita, da cui sentono di non avere le risorse per uscire perché immaginano solo la ripetizione dei soliti comportamenti, nella cui efficacia, però, non credono più.

Allora, a cosa può servire la psicoterapia?

Assunto che ogni percorso è a sé, la psicoterapia può servire a dare senso a ciò che facciamo, alle situazioni di dolore e di felicità, alle scelte di vita che abbiamo fatto, alle relazioni che viviamo; può servire ad avere uno spazio che contenga ciò che di noi non ci piace; può servire a sentirci compresi, delusi, felici, tristi, fiduciosi…
In altre parole, la psicoterapia può servire, non a trovare il modo giusto di vivere, ma a sentirci più liberi di cambiare.

Alessandro Busi

Padova e su Skype

Smiling depression: alla riscoperta della complessità

1 ottobre 201912 novembre 2025Lascia un commento

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In un articolo uscito a febbraio sulla testata Quartz, la ricercatrice Olivia Remes parla di un tipo particolare di depressione, che viene chiamato Smiling depression, o Depressione con sorriso. Ne parla come di una “depressione atipica”, difficile da scoprire perché, guardando la vita di queste persone da fuori, con gli occhiali del senso comune, “potrebbe sembrare che non abbiano alcuna ragione di essere depressi”, eppure.

Eppure, quello che ognuno di noi vive non è quello che si vede in superficie, ma la propria esperienza propria.

E cosa succede quando esperienza e superficie si allontanano?

Succede, per esempio, che ci convinciamo che dovremmo essere felici perché, che so, abbiamo un lavoro, anche se quel lavoro ci dà la sensazione di gettare le ore della nostra vita, allora ci imponiamo di silenziare questo vissuto.

Questo può accadere in molti ambiti: genitori che devono essere contenti di essere genitori, studenti che devono essere contenti di poter studiare, giovani che vanno a vivere all’estero e devono essere contenti di poter vivere questa esperienza.

Ma come ci sentiamo quando non è così?
Come ci sentiamo quando abbiamo dei dubbi?

La sensazione è quella di essere sbagliati, perché non riusciamo a provare quello che pensiamo di dover provare. Accanto a ciò emergono la vergogna di quello che sentiamo, la paura di deludere chi ci sta accanto, di passare per ingrati, di dare preoccupazioni che non ci sentiamo di dare e che temiamo potrebbero essere prese sotto gamba.

Che fare, quindi?

La Depressione col sorriso rappresenta proprio il tentativo di fronteggiare tutte queste paure: indossare una maschera sorridente e vincente, che nasconda quello che sentiamo. Il problema è che quello che sentiamo intimamente non scompare, ma rimane lì e diventa ogni giorno meno dicibile. Ci aggrappiamo sempre di più al fatto di “essere persone sorridenti” e ci sentiamo sempre meno di poter essere anche tristi.

Non è un caso che un’esperienza comune di chi viene in psicoterapia sia quella di scoprire che c’è almeno un posto in cui tutto quello che li fa vergognare è dicibile e, sorpresa, di incontrare una persona che non lo trova strano, assurdo, ma anzi, comprensibile.

Perché proprio questa è l’esperienza che molti sperimentano in una psicoterapia: da un lato, sentire che quello che vivono ha senso, magari non è quello che desideravano, ma ha senso nella loro vita; dall’altro, iniziare a pensare chi altro possono essere oltre alla “persona sorridente”, chi altro vogliono essere assieme agli altri, chi altro vogliono che gli altri siano per loro, che relazioni cercano.

Certamente non è così semplice, né lineare. Spesso le persone si trovano di fronte a paure che non vorrebbero avere, che sono lente e difficili anche solo da guardare, ma sanno di poterlo fare.

È così, infatti, che possono scoprire di essere complesse e che questa complessità non hanno più bisogno di nasconderla, ma possono scegliere, di volta in volta, come permettere a sé e a chi sta loro accanto di scoprirla.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Propositi falliti: che storia continuo da qui?

27 agosto 201912 novembre 2025

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Il rientro dalle ferie porta con sé un’abitudine su cui spesso ironizziamo: i buoni propositi.

Andrò in palestra; mi iscriverò al corso di pittura, scrittura, fotografia, chitarra…; mangerò meglio, andrò a correre; lavorerò meno, lavorerò di più; uscirò di più, uscirò di meno; userò meno lo smartphone, leggerò di più; dedicherò più tempo a…
Anche io mi sono promesso di far uscire un post al mese nel blog: lo farò? Ci riuscirò? Chissà.

A prescindere dal contenuto, che riguarda le passioni e gli interessi e i progetti che ognuno di noi ha, questi propositi ci dicono una cosa che desideriamo: dare una direzione alla nostra vita.

Una cosa che spesso mi succede nella stanza della terapia è di incontrare persone che raccontano di non sapere più dove sta andando la propria esistenza, e quindi di avere la sensazione di non riconoscersi più.

Che fine hanno fatto i miei progetti? Si tramuta facilmente in: che fine ho fatto io?

E sia chiaro che ci hanno provato a riacciuffare il tempo – mi sono detto, ok, fai questo, ma poi le cose mi sovrastavano. E adesso? Come faccio? – ma più questi tentativi falliscono, più sentono che non c’è speranza.

Ecco che allora i propositi diventano qualcosa di molto serio, su cui è certo bene scherzare ma non per questo sono da sminuire, perché racchiudono in sé la speranza di sentirsi padroni del proprio tempo.

Ma dare una direzione alla vita che viviamo significa controllarla? Possiamo essere padroni del nostro tempo? Possiamo veramente averne il controllo?

Un’altra cosa che spesso emerge in psicoterapia è che, se da un lato non ci sta bene lasciare che le cose succedano, d’altro canto la ricerca del controllo è fonte di frustrazione e poco altro.

Ma allora? Che si può fare?

Come dicevo, in terapia spesso questa è una parte del lavoro, ovvero quella di costruire la strada che la persona si sente di sperimentare, e che sia diversa dalle due espresse precedentemente. Una strada fatta di parole nuove, che raccontino una storia nella quale non saremo né vittime del destino, né controllori degli eventi, ma parte in gioco, narratori attivi della nostra vita.

Allora, se di racconto si tratta, anche i propositi hanno un nuovo senso: si trasformano da prove a tentativi, sfide che noi, come protagonisti del nostro romanzo, possiamo affrontare e fallire, perché questo fallimento, non solo ci parla di noi, ma diventa uno snodo, che apre almeno a una nuova domanda:

che storia continuo da qui?

Alessandro Busi
Mestrino, Padova e su Skype

Come possiamo essere il nostro personale museo del fallimento?

7 giugno 201910 novembre 2025

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Quante volte leggiamo o sentiamo storie di successo?
Proprio pochi mesi fa mi è capitato di leggere l’ultimo libro dello scrittore americano Dave Eggers, Il monaco di Mokha: la storia di un giovane americano e yemenita che, da portiere di un condominio di lusso diventa, non senza qualche difficoltà, il creatore di una compagnia di caffè proveniente proprio dal suo paese d’origine.
Certo, è stato bello leggere la sua storia di successo, ma mi sono chiesto: perché tendiamo a concentrarci sulle cose che vanno bene? Non rischiamo di dimenticarci dell’importanza dei fallimenti?
Da riflessioni simili sembra sia partito lo psicologo svedese Samuel West, quando ideònel 2017 un museo con sede a Helsinborg*, noto come il Museo del Fallimento: un museo nel quale sono

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Logo del Museo del Fallimento

raccolte le più fallimentari innovazioni tecnologiche della storia (dalla Coca Cola al gusto di caffè ai Google glass; dalle Bic per donna all’Apple Message Pad Newton, un antenato dell’iPhone, che uscì in un 1993 che non seppe comprenderlo).

“Ero stufo di sentire e leggere sempre le solite storie di successo, sono tutte così simili”, scrive West nel sito del museo, “È nei fallimenti che si trovano le storie più interessanti, quelle dalle quali possiamo imparare qualcosa”.
Non è forse vero? Non è quando le cose vanno diversamente dal previsto che ci troviamo costretti a reinventarci?

Ma allora, se sappiamo così bene la teoria, come mai viviamo nella ricerca che tutto resti sempre sereno, tranquillo?

Credo che molto riguardi le aspettative che abbiamo, in primis: la speranza di fare la cosa giusta. Se farò la cosa giusta, ci diciamo, tutto andrà bene. Eppure. Eppure succede che le cose non vadano comunque come ci aspettavamo e così spesso ci intestardiamo a battere la testa contro lo stesso muro, nello stesso identico punto, solo per dimostrarci che non ci eravamo sbagliati (Prima o poi, mi darà ragione questo maledetto muro!).
D’altro canto, a chi piace sbagliarsi?
A nessuno, certo, ma: se non fossimo caduti, una miriade di volte, se non avessimo pianto, se non fossimo stati consolati, se non ci fossimo sbucciati ginocchia, gomiti, palmi delle mani, avremmo mai imparato a camminare?
Allora, possiamo provare a guardare al fallimento da un’altra prospettiva e, oltre al dispiacere, alla tristezza, alla rabbia e a tutte le legittime emozioni che una delusione porta con sé, possiamo chiederci: cosa me ne faccio di questo fallimento? E, soprattutto quando riguarda qualcosa di importante nelle nostre vite, quando sentiamo di aver fallito nei nostri progetti di vita, cosa posso fare?
Spesso, in psicoterapia, succede di incontrare persone che sentono di essere in quella fase in cui guardano a ciò che hanno vissuto e si dicono: perché mai ho fatto queste scelte? E poi: da qui, dove vado?
Quando ci sentiamo così, il primo desiderio sarebbe quello di cancellare tutto quello che è stato, scappare via, da noi stessi in primis. Ma possiamo cancellare il nostro passato? Temo proprio di no, però possiamo provare a riscriverlo, per vedere che storia racconta. Possiamo metterci le mani, comprenderne gli snodi, guardarli da prospettive diverse, talvolta riderne, talvolta soffrirne, capire chi siamo stati noi, chi siamo stati noi assieme agli altri. Possiamo guardare i nostri fallimenti e dare loro una targhetta che ne spieghi la storia, illuminarli a modo e poi vederli come parte del tutto che siamo diventati. Da lì possiamo poi costruire nuove stanze e nuovi percorsi, che ci apriranno nuove strade e nuove esperienze, nuove gioie a cui ci affezioneremo e nuovi fallimenti con cui dovremo fare i conti – oppure nuove gioie con cui dovremo fare i conti e nuovi fallimenti a cui ci affezioneremo – in quello che sarà il nostro personale museo del fallimento.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

* Oltre a delle mostre temporanee in giro per il mondo, alte sedi sono in previsione a Shanghai e Monaco.

La tristezza a Natale: “tornerò mai a essere felice?”

10 dicembre 201810 novembre 2025

Per molti, il periodo delle feste è tanto desiderato quanto temuto, e porta con sé un senso di malinconia difficile da accettare. Spesso chi vive queste sensazioni, teme di essere il solo al mondo a non saper stare assieme agli altri. Ma è veramente così?
Oggi vi racconto una storia di tristezza di Natale, paura di non essere più se stesso, psicoterapia e cambiamento per scoprire un Natale nuovo e non solo.
Buona lettura.

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Christian* ha trentasette anni, fa il lavoro per il quale ha studiato ed è sposato da tre anni.
Fin da bambino, c’è un periodo dell’anno che ama più degli altri, perfino delle vacanze estive: il periodo natalizio. Anche quando era adolescente, e gli amici si lamentavano dei pranzi infiniti con i parenti, lui sentiva che i giorni di dicembre gli facevano vibrare le vene di una strana emozione a cui non aveva mai saputo dare un nome.
Cos’era quell’emozione lì?
Di certo, si diceva, non era questione di regali, cene, maglioni rossi, panettoni, tombola, pattinaggio sul ghiaccio, cioccolata calda, torrone morbido, torrone duro, biglietti, babbi appesi alle finestre, abeti veri e finti, muschio vero e finto, messe seguite, messe saltate. O forse sì. Forse era proprio tutto questo assieme che amava, e quanto questo condensato di attività fosse per lui rassicurante.

Christian ama il Natale fin da bambino e ora passeggia con sua moglie sottobraccio in mezzo alla folla del centro storico. I sacchetti sugli stinchi sono all’ordine del minuto, assieme al profumo di vin brulè e allo scampanellio del trenino che porta genitori e bambini da una piazza all’altra. E poi il vociare.
Christian pensa che sia quel ribollire di parole che lo infastidisce.
«Cos’hai?», gli chiede sua moglie, quando lo vede guidare tutto serio.
«Sono solo un po’ stanco».
Ma nei giorni dopo il fastidio si allarga. Alla cena aziendale sorride con fatica e, quando ritorna a casa, allunga il tragitto per passare un po’ più di tempo da solo.
“Cosa mi sta succedendo?”
Iniziano le notti per buona parte insonni, il fastidio a sentire sua moglie accanto e il desiderio di spolverarsi via dal cervello quei pensieri. Ma è quando si ritrova in doccia a piangere che si convince che qualcosa non va: non ne capisce il motivo, ma non sa resistere. Vorrebbe che le persone vicine a lui sparissero, che la sua vita così prevedibile svanisse, che una mattina le cose si svegliassero nuove. Oppure vorrebbe solo che tutto tornasse come un tempo?
Una sera, quando sua moglie gli dà un bacio, lui la abbraccia come non aveva mai fatto e le parla, senza coraggio di guardarla negli occhi.
Ora lo sa anche lei, e Christian può smettere di tenere il segreto.
Nelle ultime giornate al lavoro prima delle vacanze odia perfino la porta scorrevole, mentre le sere a casa sono mosce come un peluche senza ovatta. È così che si sente Christian, un oggetto svuotato, una persona che non sa più riconoscere se stessa. E proprio a Natale! Quando tutti sono felici, quando lui stesso, per una vita, è stato felice, ora sa solo dare preoccupazioni e tristezza a chi gli sta accanto.
Non sa cosa sia, ma per forza, si dice, per forza deve essere lui che ha qualcosa di sbagliato, di storto. Vorrebbe nascondere, lo scriverebbe come desiderio anche a Babbo Natale, ma la mancanza di senso che sente è troppo grande per essere ignorata.
Allora prova a dirsi che deve solo aspettare, che passato il capodanno le cose cambieranno, ma gli sembra così lontano. E poi, seriamente: le cose cambieranno?

Christian riesce ad arrancare oltre le feste, ma quel sentire che la vita gli sta scivolando via dalle dita non smette di essere presente.
Per questo un giorno si rivolge a uno psicologo.
Per questo, con sua grande sorpresa, un tardo pomeriggio si ritrova seduto su una poltrona a parlare di sé e di quello che sente. All’inizio prova a convincere lo psicologo che non sa perché è lì e che la sua vita è perfetta; spera che sia lo psicologo a dirgli che va tutto bene, ma presto le parole escono dalle labbra e la sua vita prende forma nei suoi racconti in quella stanza. A volte con sofferenza, altre con nostalgia, altre ancora anche ridendo, in terapia Christian riprende in mano il senso delle proprie scelte e del presente che vive. Rivede cose che non avrebbe voluto e altre di cui è soddisfatto ma a cui, nel veloce procedere dei giorni, non aveva dato peso.
Già questo gli permette di vedersi nuovo, ma la psicoterapia non finisce lì, perché Christian ha una domanda, per lui così densa di significati, che gli frulla in testa: tornerò mai a essere felice a Natale?
È lì, in quei colloqui, che Christian decide che non tornerà, perché è il passato stesso a non poter tornare, ma dà un nuovo senso alle proprie giornate e così al Natale stesso, che forse non fa più rima per forza con felicità, ma diventa un momento nuovo nella vita che ora Christian sente di saper vivere.

Alessandro Busi
Mestrino, Padova e su Skype

*Nomi ed eventi sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale.

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