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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

Ogni vita merita un romanzo

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Tag: mestrino

Provavamo a proteggerci a vicenda

9 ottobre 201710 novembre 2025

Immagine acquisita con licenza gratuita da freepik

Humans of New York è un progetto artistico di Brandon Stanton. L’idea è semplice, ma la realizzazione è assai più complessa: immortalare una persona e raccoglierne uno scampolo di storia. Credo che la capacità di Stanton sia quella di dare valore ai frammenti che le persone vogliono condividere con lui, con il coraggio di mettersi di fronte e dentro ai loro dolori come alle loro gioie.

Quando lessi la storia di questa ragazza sotto la neve, mi colpì la sua intensità.

“Io e mia madre siamo sempre state molto unite, ma dopo la morte di mio padre dovemmo re-imparare a comunicare. Intraprendemmo una terapia. Avevamo smesso di essere oneste l’una con l’altra. La malattia di mio padre era stata così difficile che non volevamo creare ulteriori preoccupazioni: provavamo a proteggerci a vicenda. Non avremmo mai ammesso di avere una brutta giornata, o di sentirci depresse. La risposta era sempre: Sto bene. Ma non stavamo bene, ed era ovvio. Ci preoccupavamo l’una per l’altra, in continuazione, e ciò causò molti stress e litigi. Dovevamo re-imparare a dirci quando avevamo una brutta giornata, perché non puoi mai sapere se veramente una persona sta bene, finché non gli permetti di raccontarti quando sta male”.

Queste parole sono al contempo intime e comuni.

Quanto spesso capita di evitare di dire qualcosa che ci affligge a una persona a cui vogliamo bene, nella speranza di proteggerla dalle nostre preoccupazioni?

L’intento è nobile, si potrebbe dire, ma il risultato è spesso diverso da quello che auspicavamo.

Il risultato è spesso contribuire a creare preoccupazioni ancora più grandi, aiutate da un’atmosfera del tipo non parliamone, che ingigantisce ciò che vorremmo non ci fosse.

Come mai?

In questa abitudine, succede che noi smettiamo di chiederci Come mi sento a tenere le mie preoccupazioni solo per me?, smettiamo di chiederci Come si sente la persona che ho accanto se smetto di raccontarmi con lei/lui?, e ancora Cosa succede nella nostra relazione se non abbiamo più la libertà di raccontarci? Di raccontare anche ciò che ci fa soffrire?. Diamo per scontato come l’altro si sentirà e come noi ci sentiremo, il tutto nel tentativo di proteggere e proteggerci da qualcosa di doloroso.

Come può essere utile una psicoterapia?

La psicoterapia è anche questo: avere uno spazio in cui sperimentare cosa succede se raccontiamo a qualcuno ciò che ci affligge.

Se ne andrà? Mi vorrà correggere? Mi sgriderà?

Queste sono alcune delle domande che le persone si pongono prima di un esperimento simile. Invece, ciò che spesso succede è che si scopre che l’altra persona rimane, che il nostro dolore non è solo dicibile, ma anche esplorabile, a volte perfino con qualche sorriso.

Ciò che succede è che si scopre che il nostro dolore possiamo provare a condividerlo anche con chi ci sta più vicino, che le loro spalle e le nostre sono più larghe di quanto ci aspettassimo, che assieme possiamo portare pesi reciproci, in una strada meno perfetta di quanto sognavamo, ma molto più vivibile.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

La storia degli aerei militari precipitati in Islanda

5 settembre 20176 novembre 2025

Map of Fiji, Polygonal mesh line map, flag map

Riprendo a scrivere nel blog con una storia particolare in cui mi sono imbattuto: la storia degli aerei militari statunitensi precipitati in Islanda.

Negli anni ’70 capitava spesso che le esercitazioni militari americane finissero con lo schianto del velivolo. Pare ci siano stati più incidenti in Islanda che nel resto del mondo, dicono a causa del freddo che metteva in difficoltà le attrezzature dell’epoca.

I militari venivano salvati dall’aeronautica stessa e, assieme al loro salvataggio, i tecnici si occupavano di recuperare tutto il materiale utile.

Accadde nel novembre del 1973, nel territorio della fattoria di Einar Portseisson ed Eyrùn Saemunsdòttir. I due coniugi oggi novantenni raccontano di aver visto sopra le loro teste questo aeroplano in difficoltà, di averlo raggiunto quando le condizioni meteorologiche glielo permisero, ma di non aver trovato né persone, né cabina di pilotaggio, né motori, né ali: una carlinga abbandonata nella neve.

Immagino che la domanda che percorse le teste di tutti gli allevatori che ebbero lo stesso destino di Einar e Eyrùn fu molto simile: E ora cosa me ne faccio?!

Immagino il fastidio verso chi si era permesso di recuperare ciò che gli serviva, abbandonando gli scarti, senza nessuna attenzione per chi quelle terre le viveva. Immagino le discussioni, immagino i diversi punti di vista: «Cosa ci vuoi fare? Niente! È un rottame!», oppure «Chiamiamo il governo, che ci pensino loro a rimuoverlo!», oppure ancora «Proviamo a pensare a cosa potrebbe esserci utile».

La linea che prevalse fu la terza e fu così che piano, piano, queste carcasse d’aeroplani divennero magazzini, “capanni” per gli attrezzi, casette per la pesca e, in un caso, perfino un’abitazione.

Fu tale Helgi Jònsson che, a vent’anni dall’incidente, chiese a Einar ed Eyrùn di regalargli il loro pezzo di aereo per unirlo al suo e farne la propria casa.

Oggi Helgi vive ancora nella sua casa-aeroplano, e i rottami d’aereo sono diventati oggetto di documentari, location di video musicali, set di film e vere e proprie mete turistiche.

Quante volte, nella vita, abbiamo vissuto dei disastri di cui sentiamo di portare dentro i resti? Tanto che poi ci chiediamo: cosa me ne faccio di questo dolore? Cosa me ne faccio degli strascichi che mi ha lasciato? Quanto sarebbe bello se non fosse mai capitato? O magari ci siamo trovati a sperare in qualche soluzione magica: quanto sarebbe bello se fossi forte come Ercole e potessi scagliarlo via lontano, dove non mi ferisca più.

Credo che Einar, Eyrùn, Helgi e soci siano riusciti a trovare un modo alternativo di vivere le loro carcasse nel momento in cui hanno saputo fare i conti con i propri limiti, perché da lì hanno potuto cambiare le domande e vedere delle possibilità che all’inizio nemmeno sapevano ipotizzare.

Prima delle risposte, sono quindi le domande che ci poniamo a poter cambiare:

Come sto? Cosa mi sento di fare? In che altro modo posso vedere ciò che mi sta succedendo? Che possibilità so immaginare davanti a me?…

Perché, da queste nuove domande, lasciandoci il tempo di vivere le cose che ci succedono, potremmo scoprire che anche nelle nostre vite ci sono resti che ci fanno soffrire, ma che un giorno potremmo trasformare in case, modellini, foto sbiadite, racconti lontani o chissà cos’altro: capitoli o frasi della nostra storia a cui dare un nuovo significato, per aprire a nuove strade.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Resilienza: il nostro modo di raccontare storie nuove.

6 marzo 201710 novembre 20252 commenti

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

Storycorps è una fondazione americana che si è data un compito speciale: raccontare storie. Storie piccole, quotidiane, personali: quei frammenti che danno senso, colore, profumo alla nostra vita.

È facile immaginare quanto sia variegato il mondo che propongono, ma c’è un aspetto che spesso ritorna: la “resilienza”.

In psicologia, si parla di resilienza riferendosi alla capacità delle persone di cogliere qualcosa di utile dai momenti di difficoltà, di starci dentro e uscirne diversi rispetto a prima, di saperli vivere come passaggi che ci permettono di essere ciò che siamo.

Una storia che mi ha colpito è quella di Chevarie*, una studentessa della Corliss High School di Chicago, di cui vi traduco e riporto un estratto:

Mi chiamo Chevarine e una caratteristica che mi riconosco è la resilienza. Credo di possedere la resilienza perché nella mia vita ho vissuto molti momenti difficili. Ripensare a come ho superato cose e persone negative mi fa percepire un senso di calore e traguardo, ma ci sono molti scheletri e oscurità nel mio armadio.

In prima superiore sono stata vittima di bullismo, ma sono convinta di esserlo stato ben prima. Non ricordo, perché all’epoca ero piccola e non prestavo attenzione a ciò che gli altri dicevano e pensavano di me. Venivo bullizzata perché ero diversa dagli altri.

Non sapevo come far fronte alle mie emozioni: volevo solo morire, volevo uccidermi. Mi sembrava che nessuno capisse il mio dolore, e nemmeno ci provasse.

Prima di capire io stessa cosa mi stava succedendo, finii in un centro di salute mentale – Hargrove – perché avevo bisogno di imparare a comprendere il mio dolore, gestire i miei problemi di ansia e rabbia.

Il 2012 e il 2013 sarebbero quindi potuti essere i peggiori della mia vita a causa di tutto questo dolore.

[…]

Rimasi lì per due settimane, imparando come vivere i miei problemi.

Quando lasciai Hargrove, avevo un senso di pace interiore mai sentito prima e sapevo di essere giusta. Sapevo che non importava ciò che avevo vissuto, io ero giusta. Oggi affronto le cose di sempre, ma con la consapevolezza di essere giusta.

Oggi so che la vita è troppo corta per permettere a un evento solo di decidere per il mio intero futuro.

La resilienza è quindi qualcosa che credo tutti possediamo, ma dobbiamo trovare la forza dentro di noi per riconoscerla e usarla.

[…]

Nessuno merita di essere buttato nel dolore come è capitato a me. Eppure, nella vita attraversiamo anche cose brutte, che ci portano a diventare ciò che siamo, come se il destino aspettasse il giorno che il dolore e le lacrime se ne vanno, per realizzarsi.

Questa storia, per quanto frammentaria, mi ha colpito per lo sguardo nuovo che porta dentro di sé: il cambiamento nel modo di vedere se stessa e di vivere le opinioni degli altri.

Il bello di incontrare le storie degli altri è che ci permettono di far risuonare alcune corde anche dentro di noi e di porci alcune domande.

Dopo aver letto di Chevarie, ciò che ha passato, l’entusiasmo dei suoi sedici o diciassette anni, lo sguardo con cui guarda il futuro, mi chiedo:

quali sono gli eventi grazie ai quali sentiamo

che la nostra vita ha preso una forma nuova?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*La storia di Chevarie è inserita nella raccolta “StoryCorpsU Gold Stories 2012-2013 through 2014-2015” a pagina 19 e 20.

Domande che possiamo farci

16 gennaio 20176 novembre 2025

Couple on a date vector in the garden Valentine’s theme hand drawn illustration

Uno degli articoli più letti nel 2016 del New York Times si intitola “13 Questions To Ask Before Getting Married”, ovvero: 13 domande da fare prima di sposarsi.

Pur sottolineando che le domande potrebbero essere molte, molte e molte ancora, queste sono quelle che la scrittrice Eleanor Stanford consiglia nell’articolo:

  1. Quando c’erano dei disaccordi, la tua famiglia lanciava i piatti, discuteva con calma, o faceva finta di nulla?

  2. Avremo dei figli? E se li avremo, cambierai i pannolini?

  3. Le esperienze con i nostri ex ci aiuteranno o ci bloccheranno?

  4. Quanto è importante la religione per te? Come celebreremo le feste, se lo faremo?

  5. Sono i miei debiti i tuoi debiti? Saresti disposto a salvarmi finanziariamente?

  6. Qual è la cifra massima che spenderesti per un’automobile, per un divano e per un paio di scarpe?

  7. Ti sta bene che io faccia cose senza di te?

  8. Ci piacciono i rispettivi genitori?

  9. Quanto è importante il sesso per te?

  10. Quanto ci possiamo permettere di flirtare con altre persone? Va bene guardare la pornografia?

  11. Conosci tutti i modi con cui dico ti amo?

  12. Cosa ammiri di me e quali sono le tue fissazioni?

  13. Come ci vedi fra dieci anni?

Il principio con il quale l’autrice ha scelto queste domande, talvolta strane, talvolta molo personali, è quello per cui è meglio discutere, mostrare i vari aspetti di sé prima di sposarsi, per evitare di sentirsi poi in dovere di mantenere segreti sempre più incontenibili.

Senza giudicare l’utilità o meno di queste domande – penso che ogni coppia possa trovare quelle importanti per la propria relazione –, durante la lettura mi sono chiesto quante di queste domande faremmo, prima che al partner o alla partner, a noi stessi e, se ce le facciamo, quanto sinceramente siamo disposti a risponderci.

Metterci davanti a ciò che speriamo, temiamo, ci aspettiamo dalla nostra vita fra dieci anni, per esempio, potrebbe essere difficile, doloroso e magari sorprendente. Potrebbe metterci davanti a strade che vorremmo percorrere, ma non stiamo percorrendo. Potrebbe “costringerci” a riconoscere che quello che stiamo vivendo ci piace, potremmo perfino scoprirci soddisfatti! Chi può dirlo.

E allora potremmo prendere spunto da questo articolo per pensare quali domande potremmo farci e a quali sentiamo che rispondere ci metterebbe a disagio; per decidere quali segreti vorremmo smettere di tenere, quantomeno con noi stessi.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

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