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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

Ogni vita merita un romanzo

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Tag: lavoro

Fare la psicoterapia nella fase 2

18 Maggio 202013 novembre 2025

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Il tempo è una cosa strana: c’è e non c’è, si fa sentire ma proviamo a ignorarlo.
Sarà per questo, per dare corpo a qualcosa che corpo non ce l’ha, che tendiamo a suddividere quel flusso continuo?
Perché con il tempo raccontiamo come eravamo, come siamo e come saremo, trovando differenze e somiglianze, quindi abbiamo bisogno di qualcosa che faccia da unità di misura dei nostri cambiamenti – giornate, anni, età, fasi della vita, epoche storiche…

Anche questa pandemia la stiamo raccontando per fasi.
Ci sono state state la fase del pericolo lontano, poi quella della sottovalutazione, poi quella dell’emergenza, poi quella del lockdown, la cosiddetta fase 1, e ora siamo sempre di più dentro la fase 2, che potremmo chiamare fase della discrezionalità e della costruzione del futuro.
Nella fase 1 eravamo in una situazione di attesa e la risposta a molte domande era “no”, oggi siamo in una fase potenzialmente lunga e in cambiamento, nella quale, alle domande, si risponde con “dipende”, “pensaci”, “valuta”.
Questo, dandoci molta più libertà, ci mette di fronte alle nostre scelte e ai nostri timori, che non possono più stare nascosti nelle mura del divieto; ma diventano responsabilità personale e collettiva.
Ma d’altro canto, c’è altro modo per costruire un futuro a lungo termine?

Anche nella psicoterapia emergono nuove domande – Cosa desidero? Di cosa ho paura? Cosa mi sento di fare? Cosa penseranno gli altri di me? Cosa dovrei fare? – che riguardano sì la vita da costruire dentro i nuovi vincoli, ma anche le nostre paure più personali e di vecchia data: la paura di sbagliare, la paura del giudizio, la paura di non essere all’altezza…
Perciò ansia, desiderio di rinchiudersi, desiderio di sottovalutare, di fingere che tutta la situazione non sia vera; ma anche la possibilità di chiederci: cosa vorrei tenere di questo periodo nel mio futuro? Cosa dicono di me queste nuove paure? Come posso fare?
Magari scopriamo che questa situazione sta facendo emergere vissuti che già ci appartenevano e che ora non possiamo più sopire; ma potremmo scoprire anche che la nuova scansione delle giornate non la vogliamo buttare, oppure che le relazioni hanno un valore diverso rispetto a quello che avevamo dato loro fino a due mesi fa. E quindi di nuovo, come possiamo fare per tenerci strette queste nuove consapevolezze e renderle concrete nel futuro?

Come possiamo fare? è la domanda che mi sono posto anche io quando ho deciso che avrei gradualmente ripreso a fare i colloqui anche negli studi di Mestrino e Padova e mi sono risposto due cose:
– primo, che rimane la possibilità, per chiunque lo desideri, di effettuare la psicoterapia via Skype. Questa scelta nasce, da un lato dalle ragioni sanitarie per le quali qualcuno potrebbe preferire non venire in studio, dall’altro perché, in queste settimane più ancora di prima, mi sono reso conto che la psicoterapia via Skype non è una psicoterapia inferiore, ma una delle possibilità che oggi abbiamo di stare nella relazione clinica, possibilità che porta con sé vissuti, significati, emozioni che permettono un lavoro intenso e personale;
– secondo, che, proprio perché il lavoro di psicoterapia è personale, se per qualcuno la terapia online è percorribile, per altri non lo è, quindi, seguendo le indicazioni dell’Ordine degli psicologi del Veneto, ho ritenuto fosse importante riprendere le attività anche di persona nei modi più sicuri possibile:

  • poltrone a distanza di almeno 2 metri;
  • obbligo di indossare la mascherina;
  • gel igienizzante in studio da usare all’arrivo e prima di uscire;
  • pulizia delle superfici e ricambio di aria fra un colloquio e l’altro.

Tutto questo per me significa novità, che nasce dal compromesso fra le vecchie abitudini e le nuove condizioni, perché, proprio come abbiamo sempre fatto con la vita, è così che possiamo ripartire dentro questa nuova fase: tenendo ciò che per noi conta, lasciando andare qualcosa che non ci piace, che non possiamo continuare oppure che non sentiamo più appartenerci, e costruendo nuove strade da percorrere.

Alessandro Busi
psicologo e psicoterapeuta a Padova e su Skype

Crisi, benessere e cambiamento: la psicoterapia secondo gli italiani.

6 dicembre 20166 novembre 2025

Immagine creata per la giornata della salute mentale e scaricata da freepik

In questi mesi l’ente previdenziale degli psicologi [ENPAP], l’alter ego dell’Inps per capirci, ha condotto una ricerca dal titolo “Indagine di mercato sulla psicologia professionale in Italia”, una ricerca nella quale ha intervistato 1000 persone rispetto alle loro idee sulla psicologia e il lavoro di psicoterapia.

Oltre ai vari aspetti specifici di possibile cambiamento per la professione, molto utili per gli psicologi, ma che riguardano poco i non addetti ai lavori, due capitoli credo siano una lettura interessante per tutti:

  • come gli italiani percepiscono il proprio benessere ed equilibrio rispetto alla crisi;

  • come gli italiani vedono la figura dello psicoterapeuta.

Italiani, crisi e benessere

Da quello che emerge, crisi [economica e non] significa sentirsi impotenti rispetto alla possibilità di decidere del proprio futuro: “non sentirsi in grado di essere indipendenti”. A questo sentire si affiancano vissuti di insicurezza, legata al non percepirsi in grado di accogliere i vari aspetti di sé, e solitudine, che si configura nel timore di non saper stare con le persone che ci sono accanto.

Se questa è la percezione di ciò che fa soffrire le persone, secondo gli intervistati il benessere corrisponde alla capacità di perseguire obiettivi significativi nella propria vita, essere empatici con gli altri, accettare se stessi e al contempo saper cambiare, saper affrontare le avversità in modo autonomo.

Quello che ne emerge è un quadro nel quale le persone vedono alcuni aspetti della propria vita come l’esatto opposto di quello che auspicano.

Che fare, quindi?

Psicoterapia e benessere

Nello scenario raccontato prima sembra che una figura come lo psicologo-psicoterapeuta diventi centrale nel potersi prendere cura della propria vita, nel non dare per scontato che il proprio modo di vedere ciò che ci succede sia l’unico possibile.

Quello che gli intervistati hanno detto, infatti, è che lo psicologo:

• fa emergere problemi personali latenti;

• offre un supporto specifico al problema emerso;

• aiuta a cambiare punto di vista sul problema;

• indica una nuova strada da perseguire per il proprio equilibrio.

In altre parole è come se per le persone la psicoterapia fosse un percorso che può sì partire da un problema specifico, ma si focalizza sulla possibilità di cambiare sguardo per costruire equilibrio e benessere in maniera più ampia nella propria vita.

Disegnare un nuovo paesaggio

Quale storia emerge da questa indagine?

Quando ho letto i dati e le analisi della ricerca, la prima impressione che mi è balzata agli occhi è stata quella di una storia, di un racconto comune.

Sembra che le persone si sentano spesso inserite in una via sempre più stretta, una via nella quale non sentono di poter seguire il futuro desiderato, una via nella quale le cose procedono al di fuori della loro volontà: come se fossero sempre le circostanze a decidere per noi.

Questo sentire, è facile intuirlo, può portare a sentirsi impotenti e, soprattutto, può portare a sentirsi di non avere alternative, di avere tuttalpiù lo spazio di immaginare possibilità diverse, ma senza sentire di poterci credere.

È proprio in questo spazio così piccolo e doloroso, però, che si può aprire il percorso di psicoterapia.

Nel racconto della ricerca, infatti, sembra che intraprendere questo percorso sia un modo per comprendere meglio se stessi, lavorare su ciò che emerge, non solo in termini di soluzione di un problema, quanto in termini di apertura verso nuove possibilità che questa volta si sentono come percorribili.

In questi termini, quindi, la psicoterapia è oggi per gli italiani, non più un vezzo per pochi, ma un modo concreto per riappropriarsi delle proprie scelte, costruire il proprio benessere e sentirsi capaci di affrontare le sfide della vita.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Non tutta l’ansia viene per nuocere: incontrare il limite per aprire nuove possibilità.

13 settembre 201610 novembre 2025

Immagine acquisita gratuitamente da freepik

Ilaria1 ha 29 anni, una statura media e ama indossare vestiti colorati. È arrivata al Milano dal suo paese al sud per l’università e, una cosa tira l’altra, lì si è fermata. 

Il giorno della sua laurea, in un caldo luglio di ormai tre anni fa, salì a festeggiarla tutta la famiglia. Se ci fosse stato un detector di emozioni e sensazioni, avrebbe rilevato una grande presenza di: orgoglio, aspettative e speranze, gioia, nostalgia e anche un pizzico di preoccupazione.

Dal settembre successivo, Ilaria si dedicò alla consegna del curriculum in vari istituti scolastici – pubblici e privati – della città.

La sua fortuna fu che, grazie a un incrocio di maternità e malattie, iniziò fin da subito una serie di supplenze, per cui poté pagarsi il TFA [Tirocinio Formativo Attivo per essere abilitata a diventare insegnante di ruolo] e oggi può partecipare al tanto agognato concorso.

Ilaria è a letto e la sveglia al led indica le 00 e 18.

“Eccolo”, pensa, quando sente il primo formicolio alle mani.

Da qualche mese le capita quasi ogni sera, tanto che ormai, pur non volendo, lo aspetta.

Si stende sulla schiena e inizia a contare, come le aveva consigliato un’amica.

“dieci, undici, dodici… e se va male? E se non passo?…”

Sembra che i pensieri escano magicamente dal suo controllo e, più lei tenta di arginarli, più sbucano come acqua dalle crepe di una diga.

“tredici, quattordici, quindici… e se va bene? E se…”

Si alza di scatto e accende la luce. Respira col fiatone.

Prende il libro dal comodino e legge qualche pagina prima che il cuore rallenti e gli occhi le si chiudano.

/

Gli scritti sono passati e all’orale sono stati ammessi talmente pochi che la speranza è alta. Mancano tre giorni. Ilaria è al telefono con sua madre.

«Sei agitata?»

«No, mamma, sono abbastanza tranquilla»

«E con l’ansia come va?»

«Meglio, mamma, grazie»

«Guarda che è normale essere un po’ in ansia, ma vedrai che passerai sicuro»

«Certo, mamma, lo spero proprio».

Più risponde alle domande di sua madre, più sente la sua voce che diventa monotonale. Sa quello che deve dire, ma cosa vuole dire?

Quando riattacca, sente la bocca che le si tende e le lacrime iniziano a scendere. Si lascia cadere sul divano e resta a singhiozzare nella casa silenziosa.

“Cosa mi succede?”, pensa, “dovrei essere felice, invece… che stupida!”

Il pensiero si tramuta in veloci flash che si susseguono, uno dopo l’altro, come un treno coi vagoni disordinati a cui non sa dare un senso: il duomo di Milano, gli studenti, il mare, la sua famiglia, la metropolitana, i banchi, pane e panelle, il suo monolocale…

“Dovrei essere contenta”, si ripete, “dovrei…”

/

Ilaria passa il concorso e diventa insegnante di lettere di ruolo in un liceo scientifico di periferia. I mesi sfilano e il lavoro le piace, eppure non riesce a togliersi dal torace quella strana sensazione di peso.

“Perché vivo qui? Voglio vivere qui? Come potrei cambiare, ormai? È questa la vita che voglio? Qual è la vita che voglio?”, sono alcune delle domande che le sbucano in testa, sempre più spesso.

Poco dopo Natale, tornata a Milano dalle vacanze in famiglia, decide di rivolgersi a uno psicoterapeuta della sua zona e inizia un percorso. Inizia in punta di piedi, quasi spaventata da quello che potrebbe scoprire.

Con un pensiero che faticherebbe a tramutare in parole, immagina di dover fare una radiografia e di scoprirsi diversa da chi pensa di essere.

Piano, piano, entra nel viaggio terapeutico e lo costruisce assieme al suo terapeuta, lo rende il proprio percorso, il proprio spazio: non un esame calato dall’alto, ma un racconto work in progress con il finale tutto da scoprire.

Nel corso dei colloqui Ilaria esplora la propria vita, le proprie scelte e prova a disegnare il futuro, i futuri, che vorrebbe: prova a immaginare in quali si vedrebbe e in quali no.

Inizia a pensare a quante cose ha dato per scontate nei propri 34 anni, a quante decisioni ha preso senza accorgersene, a quanto sia rimasta in attesa del «momento giusto» per ascoltare i propri desideri. Dà un senso a questo modo di vivere e trova il filo rosso ha percorso la sua vita. Non sempre le piace questo filo, non sempre è piacevole riconoscerselo, ma sa che è il suo, sa che è lei, e che da lì può partire per sperimentarsi diversa. 

«La sensazione più forte non è quella che ora sia tutto rose e fiori», racconta una domenica mattina a un’amica davanti a un cappuccino, «è quella di aver ripreso in mano la mia vita, di sapere che, se voglio, posso anche fare cose diverse».

E l’ansia di prima? Che fine ha fatto?

Ilaria inizia a pensare anche a quell’ansia come a qualcosa che è stato suo e prova a darle un ruolo, un senso. La pensa come un segnale utile, una comunicazione che lei dava a se stessa, proprio in un momento in cui la sua vita stava cambiando e sentiva che le stava scivolando via, ma non sapeva dirselo diversamente.

«Sa, dottore», commenta con un mezzo sorriso durante un colloquio, «non tutta l’ansia vien per nuocere».

Alessandro Busi
Padova e su Skype

1 Gli eventi raccontati sono frutto della fantasia dell’autore. Ogni riferimento a fatti e persone realmente accaduti è puramente casuale.

Attacchi di panico: in che altri modi posso essere?

23 febbraio 20166 novembre 2025

Business man balancing on the rope and thinking fall down, Hand Drawn Sketch Vector illustration.

Mario* ha 42 anni. Ha una moglie di due anni più giovane e due figli: una ragazza di 12 anni e un bambino di 7.

Da dieci anni fa l’informatore farmaceutico, quindi, le sue settimane scorrono fra uno studio medico e l’altro, sempre alla guida dell’auto.

Il sabato e la domenica gli piace fare passeggiate sui colli con la famiglia, gli piace guardare Quelli che il calcio…, gli piace addormentarsi sul divano con sua moglie.

Questa è la sua quotidianità, questa è la sua vita: la settimana di corsa e il fine-settimana a rilassarsi.

Il primo episodio fu nella sala d’attesa di uno studio medico. Seduto di fronte alla segretaria, sentì la sudorazione aumentare, il corpo farsi caldo e il battito del cuore velocizzarsi.

“Che mi sta succedendo?”, pensò, prima di uscire in strada, sedersi in auto, chiudere gli occhi e dare un ritmo al respiro.

Bastarono pochi minuti per tranquillizzarsi. Diede la colpa al lavoro, alla crisi, al suo capo che gli aveva aggiunto delle zone da coprire. Per non dare preoccupazioni, non ne parò con nessuno.

Altri episodi seguirono il primo e, ogni volta, i minuti per far cessare quel malessere aumentavano. Cinque, dieci, quindici, fino a doversi allontanare dal lavoro.

“C’è qualcosa che non va al cuore”, pensò e per questo lo disse a sua moglie, con cui decisero di fare qualche controllo medico. Gli esami diedero tutti esito negativo: nessun problema fisico poteva giustificare quei suoi malesseri.

L’episodio più grave capitò durante una passeggiata con la famiglia sui colli. Mario si sedette su una roccia, accovacciato, con il cuore che gli scoppiava sotto lo sterno. Guardava a terra per non incrociare lo sguardo preoccupato dei figli, ma sentiva che il più piccolo singhiozzava. La moglie provava a chiamare un’ambulanza, ma non c’era campo.

“Sto morendo” pensava, sentendo il fiato farsi sempre più corto.

Dopo più di mezz’ora, riuscì a rialzarsi in piedi e, sostenuto dalla moglie, arrivò all’auto. Nel tragitto verso casa, nessuno parlava e, al posto di guida, per la prima volta da quando stavano assieme, si sedette lei.

Mario guardava fuori dal finestrino. Era sudato e sfinito, ma più di tutto, sentiva che qualcosa gli stava sfuggendo nella sua vita. Aveva voglia di piangere, di farsi abbracciare, ma sentiva che non poteva, perché “Mario” non è così. Mario non ha bisogno di niente. Mario è forte. Mario è una roccia.

“Che mi sta succedendo?”, si ripeteva.

Mario iniziò una psicoterapia molto titubante, più che altro per far contenta la moglie.

Nei primi colloqui esplorò la sua storia. Dentro di sé sperava che il terapeuta gli desse delle risposte per farlo “tornare apposto”. Nonostante queste risposte non arrivassero, continuò perché gli attacchi si erano ridotti fino a scomparire.

Proseguendo, iniziò a pensare che quegli attacchi di panico erano il suo modo per comunicare, per chiedere aiuto, per chiedere di cambiare, tutte cose che per lui erano altrimenti impossibili da dire. E si chiese:

In che altri modi posso essere?

Mario scoprì, non senza difficoltà, che nella vita poteva essere una roccia, ma anche altro; che con i figli, la moglie, al lavoro, non era obbligato ad avere solo un modo d’essere. Sperimentò che poteva chiedere aiuto e questo gli permise di pensarsi forte in maniera diversa, nuova. Non doveva sempre essere lui a tenere in mano il volante, pensò.

Attraverso il percorso terapeutico Mario non eliminò tutti i problemi dalla sua vita, ma indossò altri vestiti per essere se stesso, scoprendo quindi altri modi di affrontare le cose e di stare assieme agli altri. Attraverso il percorso terapeutico Mario scoprì che i posti in auto sono più di uno e che, a modo proprio, poteva scegliere dove sedersi.

Dr. Alessandro Busi
Padova e su Skype

*I personaggi e le vicende raccontate sono frutto di invenzione dell’autore. Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e persone realmente esistenti è puramente casuale.

CONTATTI

3275389290 alessandrobusi.psy@gmail.com

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Via Altinate 128, 35121, Padova

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