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Alessandro Busi Psicoterapeuta Padova

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Tag: resilienza

La storia degli aerei militari precipitati in Islanda

5 settembre 20176 novembre 2025

Map of Fiji, Polygonal mesh line map, flag map

Riprendo a scrivere nel blog con una storia particolare in cui mi sono imbattuto: la storia degli aerei militari statunitensi precipitati in Islanda.

Negli anni ’70 capitava spesso che le esercitazioni militari americane finissero con lo schianto del velivolo. Pare ci siano stati più incidenti in Islanda che nel resto del mondo, dicono a causa del freddo che metteva in difficoltà le attrezzature dell’epoca.

I militari venivano salvati dall’aeronautica stessa e, assieme al loro salvataggio, i tecnici si occupavano di recuperare tutto il materiale utile.

Accadde nel novembre del 1973, nel territorio della fattoria di Einar Portseisson ed Eyrùn Saemunsdòttir. I due coniugi oggi novantenni raccontano di aver visto sopra le loro teste questo aeroplano in difficoltà, di averlo raggiunto quando le condizioni meteorologiche glielo permisero, ma di non aver trovato né persone, né cabina di pilotaggio, né motori, né ali: una carlinga abbandonata nella neve.

Immagino che la domanda che percorse le teste di tutti gli allevatori che ebbero lo stesso destino di Einar e Eyrùn fu molto simile: E ora cosa me ne faccio?!

Immagino il fastidio verso chi si era permesso di recuperare ciò che gli serviva, abbandonando gli scarti, senza nessuna attenzione per chi quelle terre le viveva. Immagino le discussioni, immagino i diversi punti di vista: «Cosa ci vuoi fare? Niente! È un rottame!», oppure «Chiamiamo il governo, che ci pensino loro a rimuoverlo!», oppure ancora «Proviamo a pensare a cosa potrebbe esserci utile».

La linea che prevalse fu la terza e fu così che piano, piano, queste carcasse d’aeroplani divennero magazzini, “capanni” per gli attrezzi, casette per la pesca e, in un caso, perfino un’abitazione.

Fu tale Helgi Jònsson che, a vent’anni dall’incidente, chiese a Einar ed Eyrùn di regalargli il loro pezzo di aereo per unirlo al suo e farne la propria casa.

Oggi Helgi vive ancora nella sua casa-aeroplano, e i rottami d’aereo sono diventati oggetto di documentari, location di video musicali, set di film e vere e proprie mete turistiche.

Quante volte, nella vita, abbiamo vissuto dei disastri di cui sentiamo di portare dentro i resti? Tanto che poi ci chiediamo: cosa me ne faccio di questo dolore? Cosa me ne faccio degli strascichi che mi ha lasciato? Quanto sarebbe bello se non fosse mai capitato? O magari ci siamo trovati a sperare in qualche soluzione magica: quanto sarebbe bello se fossi forte come Ercole e potessi scagliarlo via lontano, dove non mi ferisca più.

Credo che Einar, Eyrùn, Helgi e soci siano riusciti a trovare un modo alternativo di vivere le loro carcasse nel momento in cui hanno saputo fare i conti con i propri limiti, perché da lì hanno potuto cambiare le domande e vedere delle possibilità che all’inizio nemmeno sapevano ipotizzare.

Prima delle risposte, sono quindi le domande che ci poniamo a poter cambiare:

Come sto? Cosa mi sento di fare? In che altro modo posso vedere ciò che mi sta succedendo? Che possibilità so immaginare davanti a me?…

Perché, da queste nuove domande, lasciandoci il tempo di vivere le cose che ci succedono, potremmo scoprire che anche nelle nostre vite ci sono resti che ci fanno soffrire, ma che un giorno potremmo trasformare in case, modellini, foto sbiadite, racconti lontani o chissà cos’altro: capitoli o frasi della nostra storia a cui dare un nuovo significato, per aprire a nuove strade.

Alessandro Busi
Padova e su Skype

Resilienza: il nostro modo di raccontare storie nuove.

6 marzo 201710 novembre 20252 commenti

Immagine scaricata con licenza gratuita da freepik

Storycorps è una fondazione americana che si è data un compito speciale: raccontare storie. Storie piccole, quotidiane, personali: quei frammenti che danno senso, colore, profumo alla nostra vita.

È facile immaginare quanto sia variegato il mondo che propongono, ma c’è un aspetto che spesso ritorna: la “resilienza”.

In psicologia, si parla di resilienza riferendosi alla capacità delle persone di cogliere qualcosa di utile dai momenti di difficoltà, di starci dentro e uscirne diversi rispetto a prima, di saperli vivere come passaggi che ci permettono di essere ciò che siamo.

Una storia che mi ha colpito è quella di Chevarie*, una studentessa della Corliss High School di Chicago, di cui vi traduco e riporto un estratto:

Mi chiamo Chevarine e una caratteristica che mi riconosco è la resilienza. Credo di possedere la resilienza perché nella mia vita ho vissuto molti momenti difficili. Ripensare a come ho superato cose e persone negative mi fa percepire un senso di calore e traguardo, ma ci sono molti scheletri e oscurità nel mio armadio.

In prima superiore sono stata vittima di bullismo, ma sono convinta di esserlo stato ben prima. Non ricordo, perché all’epoca ero piccola e non prestavo attenzione a ciò che gli altri dicevano e pensavano di me. Venivo bullizzata perché ero diversa dagli altri.

Non sapevo come far fronte alle mie emozioni: volevo solo morire, volevo uccidermi. Mi sembrava che nessuno capisse il mio dolore, e nemmeno ci provasse.

Prima di capire io stessa cosa mi stava succedendo, finii in un centro di salute mentale – Hargrove – perché avevo bisogno di imparare a comprendere il mio dolore, gestire i miei problemi di ansia e rabbia.

Il 2012 e il 2013 sarebbero quindi potuti essere i peggiori della mia vita a causa di tutto questo dolore.

[…]

Rimasi lì per due settimane, imparando come vivere i miei problemi.

Quando lasciai Hargrove, avevo un senso di pace interiore mai sentito prima e sapevo di essere giusta. Sapevo che non importava ciò che avevo vissuto, io ero giusta. Oggi affronto le cose di sempre, ma con la consapevolezza di essere giusta.

Oggi so che la vita è troppo corta per permettere a un evento solo di decidere per il mio intero futuro.

La resilienza è quindi qualcosa che credo tutti possediamo, ma dobbiamo trovare la forza dentro di noi per riconoscerla e usarla.

[…]

Nessuno merita di essere buttato nel dolore come è capitato a me. Eppure, nella vita attraversiamo anche cose brutte, che ci portano a diventare ciò che siamo, come se il destino aspettasse il giorno che il dolore e le lacrime se ne vanno, per realizzarsi.

Questa storia, per quanto frammentaria, mi ha colpito per lo sguardo nuovo che porta dentro di sé: il cambiamento nel modo di vedere se stessa e di vivere le opinioni degli altri.

Il bello di incontrare le storie degli altri è che ci permettono di far risuonare alcune corde anche dentro di noi e di porci alcune domande.

Dopo aver letto di Chevarie, ciò che ha passato, l’entusiasmo dei suoi sedici o diciassette anni, lo sguardo con cui guarda il futuro, mi chiedo:

quali sono gli eventi grazie ai quali sentiamo

che la nostra vita ha preso una forma nuova?

Alessandro Busi
Padova e su Skype

*La storia di Chevarie è inserita nella raccolta “StoryCorpsU Gold Stories 2012-2013 through 2014-2015” a pagina 19 e 20.

CONTATTI

3275389290 alessandrobusi.psy@gmail.com

Padova

Via Altinate 128, 35121, Padova

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